INTERVISTA | Jacopo Ratini: “La musica è una vocazione”

INTERVISTA | Jacopo Ratini: “La musica è una vocazione”

Il protagonista dell’intervista di oggi è Jacopo Ratini, cantautore romano classe ’82. Attivo in campo musicale dal 2007, in questi anni Jacopo ha vinto numerosi premi e festival nazionali di musica d’autore: Musicultura, il Premio Lunezia, il Tour Music Fest, il Roma Music Festival, Musica Controcorrente, il Premio Note Verdi, il Premio Franco Califano, il Premio Roma Videoclip e Sanremo Lab.

Nel 2010 ha preso parte alla 60° edizione del Festival di Sanremo nella categoria nuove proposte, partecipazione seguita da moltissime esperienze in campo musicale e non solo, tra cui la pubblicazione di due dischi, “Ho fatto i soldi facili” (Universal 2010) e “Disturbi di Personalità” (Atmosferica Dischi 2013), tre nuovi singoli (“Sopra un foglio di giornale”, “Il colore delle idee” e “Parlo all’infinito”), un libro di poesie e racconti, “Se rinasco voglio essere Yoko Ono” (Edizioni Haiku 2012) e un’audio-fiaba per bambini (Il Pescatore di Sogni).

Jacopo è anche ideatore del “Salotto Bukowski”, un reading-musicale tra teatro e canzone, in cui le poesie di Charles Bukowski s’incontrano con i grandi artisti della canzone d’autore italiana. Il 9 novembre è uscito il suo nuovo disco, “Appunti sulla felicità”, anticipato dal singolo “Cose che a parole non so dire”. Con questa occasione abbiamo fatto quattro chiacchiere con Jacopo e gli abbiamo chiesto di raccontarci un po’ di sé, di come è nata l’idea di questo nuovo pezzo e dei suoi progetti futuri. Ecco la nostra intervista.

Ciao, Jacopo! Il brano “Cose che a parole non so dire” racconta le modalità comunicative all’interno dei rapporti interpersonali e pone l’accento sull’importanza dei silenzi. Com’è nato il testo? Cosa ti ha spinto a scrivere questa canzone?

Ho scritto questo brano mentre vivevo una relazione con una persona completamente diversa da me dal punto di vista caratteriale. Lei molto schiva e riservata, io molto curioso ed espansivo. Da quel rapporto ho imparato che la diversità espressivo-comunicativa, spesso, va interpretata e compresa se si vuole mantenere in vita una relazione. Ci sono silenzi che comunicano più di un urlo e che trasformano certezze, se ascoltati e interpretati con attenzione. L’importante in un rapporto, a mio avviso, è sentirsi liberi. Avere la libertà di dire o non dire alcune cose non sempre è sinonimo di menzogna o tradimento ma anche di maturità o compromesso.

Il videoclip ha come protagonista un panda umanizzato, malinconico e insoddisfatto, che ritorna alla vita grazie all’ incontro con un panda di sesso femminile, suo opposto e contrario. Com’è nata questa idea?

L’idea nasce dal presupposto che nel video volevo far interagire dei soggetti che non parlassero, comunicassero solo a gesti ma si comportassero come dei veri e propri esseri umani. Il panda l’ho scelto perché è una animale simpatico, buffo ed è caratterizzato da due dei miei colori preferiti: il bianco e il nero.

In che modo è iniziata la tua passione per la musica e chi ti ha guidato lungo questa strada?

La mia passione nasce all’età di sedici anni quanto ho preso la chitarra eco dodici corde di mio padre e ho iniziato a buttare giù i primi accordi e i primi versi. L’idea era quella di comunicare con le canzoni i miei pensieri e di suonarli di fronte a un pubblico. Ho messo su una band con alcuni amici del liceo e abbiamo iniziato a portare in giro i miei brani. Era tutto molto elettrizzante. Poi sono entrato all’università, ho iniziato a studiare e ho deciso di continuare a scrivere canzoni per conto mio e di lasciar perdere i sogni di “successo” che avevo con la band. Ma si sa, la musica è una vocazione e quando decide di ripresentarsi, lo fa senza indugi o via di scampo. Così dopo essermi laureato in psicologia ho sentito la necessità di fare sul serio. Ho registrato un Ep con i brani migliori che avevo scritto fino a quel momento e da lì è iniziata una splendida avventura fatta di tre dischi, un libro di poesie e racconti, un’audio-fiaba, concerti e spettacoli teatrali in lungo e in largo. Una meravigliosa avventura che continua tutt’ora, a distanza di dieci anni.

A quali artisti ti ispiri principalmente? Da cosa è composto il tuo retroterra musicale?

Più che un artista in particolare mi hanno sempre ispirato le Canzoni, a prescindere dall’interprete e dal genere musicale. Sono cresciuto ascoltando i capolavori di Battisti e Mogol e le melodie pazzesche dei Beatles. I miei genitori in macchina mettevano Dalla, Modugno, De André, Venditti, ma anche tutte le hit italiane degli anni ’60, ’70 e ’80. Negli anni ’90 sono venuto in contatto con molti gruppi stranieri come i Nirvana, gli Oasis, i Police, gli Incubus ma la canzone d’autore italiana mi ha sempre continuato ad affascinare. In quegli anni sono usciti moltissimi cantautori che, in qualche modo, hanno influenzato il mio immaginario autorale: Fabi, Gazzé, Silvestri, Zampaglione, per citarne alcuni.

Con “Salotto Bukowski” hai unito insieme teatro e canzone, creando un incontro tra Charles Bukowski e i grandi artisti della canzone d’autore italiana. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Il Salotto Bukowski è uno dei miei figli prediletti. Ho ancora negli occhi l’emozione provata durante la splendida serata sold-out all’Auditorium Parco della Musica di Roma, lo scorso 20 Marzo 2018. Portare questo spettacolo di fronte a quasi mille persone è stato pazzesco. Ora la priorità è sicuramente il nuovo disco ma sono certo che molto presto riporteremo in scena questo spettacolo che mi ha dato un’infinità di soddisfazioni e di gratificazioni sia a livello artistico che personale.

Infine, che cosa puoi dirci del tuo futuro imminente?

Dopo l’uscita del nuovo disco “Appunti sulla Felicità”, il 7 Dicembre lo presenteremo live al Wishlist Club di Roma con tutta la band e che mentre rispondo a quest’intervista il singolo “Cose che a parole non so dire” è entrato ufficialmente nella Viral 50 – Italia di Spotify. Quindi… Vento in poppa e avanti tutta!!!

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