Non solo Talking Heads. David Byrne tra cinema e teatro

Non solo Talking Heads. David Byrne tra cinema e teatro

L’anima dei Talking Heads non smette di lasciarci a bocca aperta per la sua capacità di rinnovarsi e per la sua inesauribile vivacità artistica multiforme che ha conquistato un folto pubblico nelle date italiane del suo American Utopia tour che questa sera farà tappa anche nella splendida cornice di piazza Unità d’Italia a Trieste. Ben lontano dal fermarsi e riscaldare la minestra per rilasciare qualche ben confezionato Greatest Hits, l’icona della new wave americana ha incantato il Bel paese con uno show dal forte impatto visivo, a metà strada tra un concerto ed uno spettacolo teatrale. L’attitudine per l’arte visiva, che sia teatrale o cinematografica, ha dimostrato di essere nel DNA di Byrne fin dai primi anni ’80. Non è un caso che il fondatore dei Talking Heads poco dopo l’annuncio di questo tour, avesse già sottolineato l’importanza dell’immagine che desiderava cucire addosso allo show tanto da arrivare a definirlo il suo spettacolo più ambizioso da “Stop making sense”, pellicola che rappresenta il primo vero contributo al mondo cinematografico del raffinato intellettuale americano. Si tratta a tutti gli effetti di un film/concerto del 1984 diretto da Jonathan Demme girato nel corso di tre serate al Pantages Theater di Hollywood  nel dicembre del 1983, mentre il gruppo era in tour a promuovere il disco Speaking in Tongues. Dal film, che venne molto apprezzato dalla critica, venne tratto anche l’omonimo album live dei Talking Heads. 

Solo due anni dopo tuttavia avvenne il debutto vero e proprio di Byrne alla direzione di un film dal titolo “True Stories”. La colonna sonora della pellicola che racconta la storia della città di Virgil, in Texas, divenne il sesto album della band.

Vinse invece un Oscar, un Golden Globe e un Grammy Award la colonna sonora del kolossal “L’ultimo imperatore” diretto da Bernardo Bertolucci del 1987 alla quale oltre a Cong Su e al compositore giapponese Ryuichi Sakamoto collaborò anche l’estroso front man dei Talkin Heads firmandone cinque tracce. 

Fra i grandi riconoscimenti per l’attività musicale cinematografica ottenuti dall’artista si contano anche due David di Donatello, uno per le musiche di “This Must Be The Place” del 2012 diretto da Paolo Sorrentino ed uno per la miglior canzone originale contenuta nella stessa colonna sonora, dal titolo “If It Falls, It Falls”. Nel film Byrne compare anche come attore nel ruolo di se stesso rappresentando il vero artista in contrapposizione alla rockstar in declino Cheyenne interpretata da Sean Penn. Il titolo stesso del film di Sorrentino è un riferimento all’omonima canzone dei Talking Heads inclusa in Speaking in Tongues.

Di recente Byrne si è avventurato anche nel mondo del teatro, firmando il musical “Joan of Arc: Into the Fire” del 2017, una rivisitazione della storia di Giovanna D’Arco diretta dal pluripremiato Alex Timber che tuttavia non ha unito la critica in una condivisa valutazione positiva. Al contrario il cantante è stato accusato di non aver osato abbastanza (The Guardian) e addirittura di aver portato in scena una cilecca totale (TimeOut New York).

Un meno recente esperimento con il musical invece risale al 2013 quando Byrne adattò per il teatro l’album  “Here Lies Love” realizzato in collaborazione con Fatboy Slim che, seppur l’artista non ami questa etichetta, può essere definito un concept album ispirato alla vita della first lady filippina Imelda Marcos. Si tratta di un doppio cd composto da 22 tracce che contiene il contribuito di molti artisti noti del panorama internazionale tra cui Florence Welch, Cyndi Lauper, Sia, Tori Amos e Santigold per citarne alcuni. Il disco diede vita al musical omonimo anche questo diretto da Alex Timber. Lo show sulla vita della stravagante Imelda Marcos, la moglie del presidente  filippino Ferdinand Marcos venne presentatato in anteprima al Public Theatre di New York a cui seguì una lunga tournée sold-out al London National Theatre.

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