“Bocelli la mia più grande scommessa”. Michele Torpedine #nofilter in Ricomincio dai tre

“Bocelli la mia più grande scommessa”. Michele Torpedine #nofilter in Ricomincio dai tre

“L’impresa non è mai del singolo, ma sempre almeno di una coppia”, si legge così ad un certo punto in Ricomincio dai tre, racconto autobiografico del maggiore e più prolifico manager musicale che abbiamo in Italia almeno dagli anni ’80 a questa parte. Una frase chiave che contiene la delicata dinamica del lavoro manager-artista dove quest’ultimo è una gemma grezza che con cura e abbondanti dosi di rischio può diventare la più preziosa di tutte. Ma il successo può amplificare l’ingratitudine di uno come lasciare immutato l’altro che con la stessa umiltà dell’inizio riconoscerà che appunto, “l’impresa non è mai del singolo”. Qualunque effetto abbia avuto il successo sugli artisti che hanno lavorato e che lavorano con Michele Torpedine, il Re Mida della musica italiana (non a caso soprannominato Dollaro) si è tolto qualche bel sasso dalla scarpa raccontando versioni scomode dei fatti ma anche dicendo grazie senza interesse e scusa quando necessario.

Ricomincio dai tre è un racconto franco, appassionante e divertente che racconta quelle fasi primordiali in cui Giorgia non era ancora quella Giorgia, in cui Bocelli cantava in un piano bar a Pontedera o in cui a sentire Zucchero si sorrideva ancora perché un’artista con un nome così buffo non avrebbe mai sfondato. Tra le pagine c’è spazio anche per intravedere l’uomo dietro alla figura del manager. Lo si trova nei racconti di amori finiti male, nelle riflessioni sulla fiducia, poca ahimè, che possiamo dare agli altri e a noi stessi quando la bugia e il tradimento sono irresistibili. Tra un viaggio alla Casa Bianca Torpedine ci propone anche un inevitabile confronto tra Italia e Stati Uniti dove la figura del manager è accolta con il doppio degli applausi perché gli artisti vanno e vengono, ma lui rimarrà per un bel pezzo creando nuove star. Quando incontro Michele partiamo proprio dall’inizio, dalla piccola Minervino Murge.

Avevo sei mesi quando dalla Puglia sono arrivato a Bologna. Eravamo una famiglia di immigrati. La fortuna vuole che mio padre abbia scelto di portarci in una città che a quel tempo era una capitale della musica con le orchestre e molti artisti che giravano!

Prima di quello che sta dietro agli artisti, sei tu stesso musicista. La passione quando è nata?

A 14 anni ho lasciato gli studi, la mia era una famiglia modesta, anzi, meno di modesta. C’era bisogno di mandare i figli al lavoro molto presto. Ma più che al lavoro, l’unica cosa a cui pensavo era correre in parrocchia appena potevo! Là c’era una batteria, ricordo che mio padre me le dava di santa ragione lungo la strada tra la parrocchia e casa!

Si leggono molti nomi importanti nel libro, la tua più grande scommessa qual è stata?

Direi sicuramente Bocelli per il volume che ha creato. L’ho trovato a 36 anni che faceva piano bar a Pontedera per una cifra ridicola mentre di giorno stava per accettare un lavoro alla Telecom. Quando sono arrivato con la proposta di Miserere gli ho cambiato la vita…

Il fiuto per la stoffa…

Essendo musicista ho qualche possibilità in più, ma nessuno ha la sfera di cristallo. Cerchi di capire quello che può funzionare ma c’è una buona dose di fortuna dietro. Nessuno fa un percorso all’inizio, si lavora e si segue la corrente.

Per quanto mi riguarda ho sempre lavorato con artisti che sono usciti dall’Italia, per questo sì, ci vuole una certa sensibilità per capire cosa può funzionare fuori. Mi sono sempre occupato di grandi voci come Giorgia, Bocelli, Il Volo. Per anni ho ascoltato solo quel tipo di musica quindi conosco bene il prodotto.

Oggi si scommette ancora sull’artista come si faceva quando hai iniziato?

Il mercato non c’è più, ogni tanto accadono i miracoli come Adele o Bruno Mars ma in Italia poche volte succedono cose eclatanti. Il problema sono i talent. Mi spiego. Ben vengano questi programmi, oggi un artista nuovo in tv non ci arriva se non per mezzo di un talent. Il problema sono le giurie! Si preoccupano che i giurati siano personaggi che attirino l’attenzione ma nella maggior parte dei casi sono persone che già hanno seri problemi nel far funzionare le loro di carriere, figuriamoci se possono aiutare dei nuovi artisti a lavorare. Il mio consiglio è mettete giurati che attirino il pubblico ma poi date il compito di valutare i giovani a quelli che lo possono fare davvero.

Chi sono questi tre da cui sei ripartito con nuovo slancio?

Questi tre sono quelli che mi hanno ridato la carica, una botta di energia e ossigeno per riprendere a lavorare in un certo modo. Li ho presi molto giovani, per me sono dei nipoti di conseguenza il rapporto è molto diverso dalla solita relazione manager-artista. Prima del Volo venivo da un periodo di delusione parlando proprio a livello umano; dei risultati non mi lamento, quelli sono sempre arrivati. Accade spesso che dal momento in cui l’artista ti riconosce una percentuale tutto è dovuto. Il Volo assieme alle loro famiglie mi hanno convinto che c’è ancora della gente per bene in giro!

Ora che hai ricominciato ci sono altri obiettivi che vorresti raggiungere?

Adesso, come nel periodo in cui lavoravo con Andrea, c’è tempo per dedicarsi ad una cosa sola. Se hai un artista che fa dalla Val d’Aosta alla Puglia puoi puntare a seguire più progetti ma questo non è possibile con voci che vanno forte all’estero. Tre anni fa avevo provato a lavorare con Eros e a dedicarmi al Volo contemporaneamente ma non si riesce, non c’è il tempo.

Nel libro dai la tua versione dei fatti. Una storia che ci tenevi davvero a raccontare qual è stata?

Riguarda Zucchero e le sue bugie, il prendersi dei meriti che non gli appartenevano o peggio raccontare storie inventate! Prendiamo l’esempio di “Miserere”. Non so perché ma negli ultimi vent’ anni ha raccontato di essere andato lui a Philadelphia ad incontrare Pavarotti che rifiutò la sua proposta perché non avrebbe mai cantato con un artista di musica leggera. A qual punto Zucchero avrebbe preso il cd per poi dalla rabbia scaraventarlo nel caminetto. Il problema è che Zucchero a Philadelphia non c’è mai andato. Quel giorno nella stanza c’eravamo solo io, Luciano e Adua, non c’era nessun caminetto e non c’era neanche il cd, semmai una cassetta! Se almeno Zucchero nella sua storia inventata mi avesse citato sarei rimasto anche zitto ma ho sopportato venticinque anni di bugie…e poi dicono che ho un brutto carattere! Questo libro avrei dovuto intitolarlo “Legittima difesa”.

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