Adriano Bono e il Reggae Circus: “La musica giamaicana è la mia casa”

Adriano Bono e il Reggae Circus: “La musica giamaicana è la mia casa”

Abbiamo intervistato Adriano Bono, autore, cantante e polistrumentista, creatore dello spettacolo itinerante Reggae Circus. Membro storico del collettivo Radici Nel Cemento, nell’autunno del 2009 lascia la band, emblema della scena reggae-ska-dub italiana, della quale dal 1993 era stato fondatore, cantante e autore. Dal 2002 al 2007 gestisce un negozio di dischi a Fiumicino, ma non smette mai di cantare e di suonare e, dal 2009, è ideatore e direttore artistico del Reggae Circus, mix di musica reggae e arte circense. Collabora inoltre da diversi anni con associazioni benefiche, quali Greenpeace ed Emergency e, nel 2016, pubblica Reggae Caravan, accettando la sfida di affidarsi a Soundreef, la collecting society alternativa alla Siae.

Ciao, Adriano! Il tuo “Reggae Circus” è uno spettacolo itinerante che unisce in sé musica e arte circense. Come è nata l’idea di dar vita a questo progetto?

Il “Reggae Circus” è uno spettacolo nato quasi per caso. Dovevo organizzare una serata dalle mie parti, sul litorale di Roma, e mi è venuta in mente l’idea di questa ambientazione circense, un abbinamento tra il genere reggae e gli artisti del circo. Poi da lì l’idea si è sviluppata ulteriormente, è piaciuta a me ed è stata apprezzata dal pubblico, per cui è stato sempre un crescendo di componente circense all’interno dello spettacolo, tanto che spesso sono più gli artisti del circo che i musicisti sul palco.

Da cosa è composto il tuo retroterra musicale? A quali artisti ti ispiri principalmente?

Ascolto musica abbastanza eterogenea, naturalmente tanto reggae, ma per reggae intendo musica giamaicana a 360°: mento, ska, calypso, ragamuffin; tutto quello che ha dentro un po’ di musica giamaicana mi fa sentire a casa. Mi sono avvicinato al reggae da ragazzo, ascoltando le cassettine di Bob Marley e poi da lì piano piano, insieme a un gruppo di amici, ho approfondito la conoscenza di questo genere musicale, che mi interessava per il suono piacevole e per il modo tutto suo di vedere il mondo.

Sei un artista molto attivo anche nel sociale e hai alle spalle collaborazioni con Greenpeace ed Emergency. Pensi che la musica possa dare un contributo in questo campo, sensibilizzando la popolazione?

La musica è un megafono che apre un canale di comunicazione diretto con il pubblico e che ci permette di sensibilizzare la popolazione verso queste tematiche importanti. L’arte ha sempre contribuito a cambiare la mentalità delle persone, anche se è passata ormai l’epoca in cui si pensava che potesse cambiare il mondo, però noi artisti etici qualcosa nel nostro piccolo possiamo farla, ci proviamo almeno.

Nell’aprile del 2016 è uscito il tuo album “Reggae Caravan”, prodotto da Soundreef, alternativa alla Siae. Come mai hai maturato questa scelta?

Io penso che la Siae gestisca i diritti d’autore in maniera fallimentare, oltre che poco efficace, avendo impoverito per tanti anni la scena musicale. Quando mi si è presentata l’occasione di tentare una nuova strada, quindi, ho colto la sfida e ne sono diventato anche una specie di ambasciatore. Io sono stato il primo professionista in Italia ad aderire, ora invece sono arrivati pezzi grossi, come Fedez, D’Alessio, Rovazzi e Ruggeri. Molti autori si stanno rendendo conto che forse è la strada da seguire, perché Soundreef è una società che si occupa dell’intermediazione dei diritti d’autore in maniera seria e onesta, quindi conviene.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Tutti i lavori in corso continueranno e, in più, sto lavorando a un progetto di musica elettronica, sempre con le radici impiantate nel terreno della musica reggae, però più sul fronte del dub digitale. A breve uscirà fuori qualcosa sia a livello discografico, sia dal vivo.

Infine, cosa consigli a chi ha intenzione di intraprendere la carriera musicale?

Deve tenere duro perché purtroppo i tempi non sono più molto favorevoli. Quando ho iniziato io, una ventina di anni fa, sinceramente era un po’ più facile, perché c’era ancora un barlume di industria discografica, ancora si facevano i dischi per venderli e trovavi etichette che ti sostenevano economicamente, oggi invece gli artisti devono fare quasi tutto da soli. Posso dire a un giovane di dedicarsi intanto alla sua arte poi, se diventerà un lavoro, bene, altrimenti avrà comunque arricchito tantissimo la sua vita.

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