INTERVISTA | Giacomo Lamura e il suo “Malato cronico di swing”

INTERVISTA | Giacomo Lamura e il suo “Malato cronico di swing”

Il protagonista dell’intervista di oggi è Giacomo Lamura, cantautore e chitarrista milanese classe ’86. Giacomo non è un volto nuovo del panorama musicale e ha già alle spalle esperienze sia come solista sia come membro di svariate band, tra cui la Jack & Jack band e i Lake 47. Ad aprile 2018 è uscito il suo singolo Malato cronico di swing, un pezzo in cui i ritmi classici swing lasciano posto a un più moderno electro swing. Il brano è fresco, frizzante e orecchiabile, con un video originale e un testo che si presta a svariate interpretazioni personali.

Ciao, Giacomo! Inizio subito col chiederti di presentarci il tuo nuovo singolo, Malato cronico di swing: spiegaci un po’ come è nata la canzone e qual è il messaggio che vuole trasmettere.

Il pezzo nasce in realtà musicalmente un po’ diverso anche se, come tutti i miei pezzi, con una chitarra acustica, la voce, un foglio e qualcosa per registrare le idee. Poi, una volta fatto sentire a mia moglie (musicista, compositrice e violinista), che è solitamente la prima a cui faccio sentire le cose che scrivo, nasce l’idea di dargli il taglio electro swing. Il testo è allegro, fresco e divertente, ma si presta a varie interpretazioni; la malattia può essere per lo swing, ma anche per tante altre cose…

Come è iniziata la tua passione per la musica e, in particolare, per il genere swing? Chi ti ha guidato lungo questa strada?

Ho iniziato a suonare la chitarra da ragazzino, mio padre ne aveva una classica che strimpellava a casa e i miei due cugini più grandi suonavano entrambi a livello amatoriale. In realtà, però, non ci perdevo molto tempo, perché la mia vera passione all’epoca era il calcio. Poi mi ruppi un ginocchio, dovetti stare fermo per parecchi mesi e in quel periodo mi buttai a capofitto sullo strumento, senza più smettere.
Il genere swing è arrivato molto più recentemente, quando ho iniziato a studiare un po’ di jazz e a suonare manouche e gipsy jazz per alcune date con un gruppo di Torino (Caravan Trio). È stato amore a prima vista!

Cosa ti ha spinto a inserire una ventata di gusto elettronico all’interno del classico swing?

Mi piace tenermi sempre al passo coi tempi. Non volevo fare qualcosa di anacronistico, ma scegliere un linguaggio che risultasse fresco e potesse essere accattivante per tutti, per poter far arrivare la mia musica a più gente possibile.

A quali artisti ti ispiri principalmente? Da cosa è composto il tuo retroterra musicale?

Il mio background musicale è davvero variegatissimo. In casa si ascoltava musica italiana, quando ho iniziato a suonare ho ascoltato tantissimo rock classico (Stones, AC/DC, Lynyrd Skynyrd, ZZ Top…), dopo arrivò il grande amore per il blues (Stevie Ray Vaughan su tutti, Clapton, B.B. King, Freddie King ecc..), poi l’esperienza coi Lake 47 e il country, poi il jazz e lo swing! Nella scrittura, però, i miei maestri sono quelli che in Italia hanno fatto dello swing la loro musica, quindi principalmente Buscaglione, Conte, Caputo, ma anche i grandi cantautori classici, De Andrè e De Gregori su tutti. Ecco, diciamo che per me l’electroswing è il linguaggio in cui mi sento più a mio agio ma, per quanto riguarda il modo di scrivere, mi sento più vicino ai cantautori.

Immagina di parlare con un tipico ragazzo di oggi: stregato principalmente dal Rap e dalla Trap. Cosa gli diresti per riuscire a farlo innamorare, o perlomeno interessare, al genere swing?

Gli direi che lo swing ha radici antichissime, eppure sopravvive ancora ai giorni nostri; è una musica allegra, bella, divertente, un modo diverso di vedere la musica e anche la vita…

Hai alle spalle esperienze da solista e da membro di svariati gruppi musicali. Che cosa ha contribuito maggiormente alla tua formazione?

Ogni esperienza ha fatto il suo. Soprattutto il fatto che ho sempre cercato, fin da ragazzino, di suonare con gente più grande, più brava o che comunque avesse più esperienza di me. Io poi sono una spugna, assorbo ed elaboro. Una menzione particolare devo farla per i Lake 47, ero un ragazzino quando sono entrato nella band e, girando l’Italia in lungo e largo con loro, facendo davvero la vita on the road, fatta di concerti, palchi montati e smontati, cene, bevute e tante storie di band che non si possono raccontare, ho davvero capito che cosa volesse dire fare questo mestiere.

A inizio 2013 incidi il primo Ep, “L’America in un bar”. Un brano dell’album viene masterizzato negli Abbey Road Studios di Londra, dove fa tappa anche il tour di presentazione del disco, cosa ci racconti di quella avventura londinese?

“L’America in un bar” è un prodotto della Jack & Jack Band, di cui io ero uno dei due frontman e ho firmato da coautore tutti i pezzi. È stata una bella esperienza, il disco suonava tanto Rock/blues e Londra e gli Abbey Studios sono stati davvero il massimo a cui si poteva aspirare. Io, come sempre, ho vissuto tutto come un grande gioco divertente, perché per me la vita e in particolare la musica, nonostante da molti anni sia un lavoro, continua a rimanere questo.

Pensiamo un attimo al futuro: come ti vedi tra 10 anni?

È scontato dire su un palco, perché questo ho fatto negli ultimi 10 anni, e questo voglio continuare a fare. Spero che i palchi siano sempre più grossi…

Qual è, invece, il tuo più grande sogno?

Il mio più grande sogno è quello di far arrivare la mia musica a più gente possibile. Salire su un palco e vedere sempre più persone che cantano le mie canzoni. Questo sarebbe per me l’obiettivo più grande!

Per concludere, cosa puoi dirci del tuo futuro imminente?

Sto già lavorando per il nuovo singolo, questa volta sarà un testo un po’ meno leggero e più impegnato. Poi naturalmente, dopo aver promosso “Malato Cronico di Swing” a livello mediatico, la cosa che più mi preme, come sempre, è fare concerti e ci stiamo attrezzando per quello!

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