In Marocco non c’è acqua, ma le industrie crescono
Sono sempre più evidenti gli effetti del riscaldamento globale nella regione nordafricana e non solo, con precipitazioni medie ai minimi livelli e riserve idriche in pericolosa diminuzione. Nella regione della valle del Draa nel Marocco sud orientale, i ponti connettono le sponde di un fiume che non riceve più acqua e le strade asfaltate attraversano quello che resta delle oasi della valle un tempo floride e rigogliose. Il fiume Draa è il più lungo ed importante del Marocco. Nasce da due corsi d’acqua, Dadès e Imini, nelle montagne dell’Alto Atlante nel Marocco centrale e scorre per 1100 km verso sud-est fino alle porte delle dune del Sahara per poi attraversare la parte sud occidentale del Marocco e sfociare nell’Atlantico, vicino Cap Draa. Nel suo viaggio attraversa montagne innevate, palmeti lussureggianti, villaggi berberi la cui sopravvivenza è legata alla coltivazione della terra, kasbah testimoni dell’antica ricchezza della regione. Oggi si può attraversare a piedi il letto del fiume, arido e roccioso come il paesaggio che lo circonda, da sfondo i palmeti ormai morenti, che per secoli sono stati il simbolo della prosperità della regione. In una valle senza più acqua, molti abitanti dei villaggi, soprattutto uomini, sono stati costretti a lasciare la terra di origine per cercare opportunità lavorative nelle città, andando ad ingrandire le difficili periferie di Casablanca, Rabat, Marrakech. La coltivazione di olive, mandorle, melograni, rose è un compito sempre più difficile, e nonostante il governo abbia permesso la costruzione di alcuni pozzi e tubature così da poter sfruttare la falde idriche sottoterra, il futuro è senza acqua. Mentre si cerca di trovare soluzioni urgenti e disperate al problema, come l’utilizzo della tecnologia di cloud seeding (“inseminazione delle nuvole”) per produrre piogge artificiali e la costruzione delle prime stazioni per la desalinizzazione dell’acqua del mare, non passano inosservate le responsabilità del governo e dei grandi gruppi economici privati attivi in vari settori. Nonostante la siccità dovuta al riscaldamento climatico possa essere individuata come causa principale del problema, molti agricoltori marocchini puntano il dito alla cattiva gestione delle risorse idriche rimanenti, deviate dal loro corso naturale a supporto della grande
industria. A pochi kilometri a sud della città di Ourzazate, alle porte della valle del Draa, la diga di El-Mansour Eddahbi raccoglie l’acqua delle vallate che la circondano. Costruita nel 1971, è alta 70 metri e può contenere fino a 560 milioni metri cubi d’acqua. Oggi raggiunge una capacità inferiore al 12%. Se all’inizio l’acqua veniva rilasciata almeno sei volte all’anno per garantire una ricarica delle falde acquifere,
negli ultimi anni il numero è sceso a due. Mentre gli agricoltori lasciano i villaggi e le palme muoiono, a subire i minori danni dalla siccità sono quelle attività che attingono direttamente dalla diga. Come Noor, la più grande centrale solare del mondo, inaugurata nel 2016, che genera energia termica attraverso un complesso processo di evaporazione ed ha bisogno di tanta acqua durante il processo di raffreddamento, e i campi del lussuoso Royal Golf. Il Marocco è da anni considerato un paese all’avanguardia nella transizione energetica verde e nella lotta alla crisi climatica, poiché il 19% della propria elettricità è prodotta tramite lo sfruttamento di fonti rinnovabili, in particolare il sole. Elettricità sulla cui produzione il Marocco investe miliardi di dollari e che viene in buona parte venduta ai paesi dell’Unione Europea, che con il Marocco ha firmato nella fine del 2022 un ulteriore partenariato “verde” e che a seguito della guerra in Ucraina e della conseguente crisi energetica è interessata a potenziare i legami energetici con il paese del Maghreb. Nonostante le buone intenzioni del Marocco nel campo dell’energia rinnovabile, il complesso Noor non solo non ha portato i numerosi vantaggi che erano stati promessi per il rilancio dell’economia locale, ma anzi l’ha danneggiata ulteriormente impoverendo il territorio, ormai reso sterile. Oltre all’accaparramento dell’acqua che mette in forte crisi le agricolture locali, le accuse mosse dai residenti dell’area sono anche di land grabbing. Infatti la vastissima installazione di pannelli solari ricopre terre un tempo appartenenti alle comunità locali, che sono state convinte a svendere i terreni con promesse di numerosi posti di lavoro, che di fatto non si sono mai creati. Le richieste avanzate dalla popolazione locale e da attivisti e organizzazioni non governative sono di una più equa distribuzione delle risorse rimanenti ed una gestione di esse a profitto di tutti, non solo dei grandi gruppi privati. Oltre a Noor infatti, a beneficiare della poca acqua rimasta sono le grandi compagnie minerarie e le monocolture agricole intensive, che stanno prendendo il posto di quelle locali.




