Perché il Qatar è un attore decisivo nella crisi tra Hamas e Israele
La tregua sulla Striscia di Gaza, l’enclave più densamente popolata al mondo, ha temporaneamente fermato l’escalation dell’intervento israeliano, per via aerea e via terra, che ha causato finora la morte di più di 14mila persone, tra cui 5500 bambini. Negli accordi tra le parti in conflitto che hanno portato al raggiungimento di una tregua di quattro giorni a partire dal 24 novembre e di una sua estensione ad altri due giorni, il Qatar ha avuto un ruolo fondamentale.
Gli ostaggi israeliani e i prigionieri palestinesi nelle mani del Qatar
Lo Stato del Qatar, piccolo ma ricco di petrolio, è riuscito nel tempo a stringere buone relazioni con l’Occidente, venendo considerato uno dei più solidi alleati statunitensi in Medio Oriente e, dall’altra parte, a mantenere legami con gruppi islamici radicali come la Fratellanza Musulmana, che Doha finanzia e accoglie. Questo apparente paradosso si osserva sia nella presenza in Qatar della più grande base militare statunitense nella regione che nell’accoglienza data alla leadership politica di Hamas, considerata un’organizzazione terroristica da Stati Uniti e Europa, che dal 2012 ha un proprio ufficio nella capitale Doha. Inoltre, annualmente, il Qatar spende milioni di dollari per mantenere funzionanti le infrastrutture civili di Gaza. È proprio da questa posizione che lo stato del Golfo Arabo guidato dall’Emiro Tamim bin Hamad Al-Thani è riuscito ad assumere un ruolo fondamentale nella trattativa della liberazione degli ostaggi da parte di Hamas e dei prigionieri palestinesi da parte israeliana. A partire dal 20 ottobre, quando riuscì a negoziare il rilascio di due cittadine statunitensi, Judith Tai Raanan e sua figlia Shoshana Raanan, il Qatar insieme all’Egitto di Al-Sisi e agli Stati Uniti ha visto riusciti i suoi sforzi diplomatici nella proclamazione di un cessate il fuoco, iniziato il 24 novembre. Esso prevedeva il rilascio da parte palestinese di 50 ostaggi tra donne, bambini, anziani e cittadini stranieri, e, da parte israeliana, di 150 detenuti, che Hamas vuole siano rilasciati applicando il principio di anzianità. In più, era prevista anche la fornitura di 200 camion di prodotti alimentari e 7 cisterne di carburante e gas da cucina al giorno passando per il valico di Rafah, come confermano le fonti della Mezzaluna rossa egiziana. Aiuti umanitari che tuttavia, come riferisce il Segretario Generale dell’Onu, non sono sufficienti per andare incontro ai bisogni della popolazione stremata.
Il riconoscimento internazionale
L’individuazione del Qatar come possibile mediatore ideale è stata esplicitata dai numerosi ringraziamenti pubblici di cui il paese è stato oggetto e le felici trattative passate per la liberazione di ostaggi sono una garanzia in questo senso (come quella, ad esempio, che ha riguardato il rilascio di cinque cittadini americani il 18 settembre 2023 trattenuti nelle prigioni iraniane). Il Presidente americano Joe Biden ha ringraziato più volte l’Emiro per il suo impegno nel processo di liberazione degli ostaggi e per aver raggiunto un accordo per la proroga di 48 ore del cessate il fuoco. Anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, in una nota del suo portavoce, è tornato ad elogiare Qatar ed Egitto per aver facilitato l’accordo sullo scambio di ostaggi e l’interruzione del conflitto, sottolineando che il dialogo instauratosi deve continuare per arrivare ad un cessate il fuoco umanitario totale, ribadendo, inoltre, che l’unico futuro sostenibile per la regione è arrivare ad una soluzione a due Stati. Per quanto riguarda l’Europa, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell nella conferenza stampa finale del Forum regionale dell’Unione per il Mediterraneo (UpM) del 27 novembre, afferma di apprezzare il ruolo di mediazione svolto da Qatar ed Egitto, sottolineando inoltre che “la migliore garanzia per la sicurezza di Israele è la creazione di uno Stato palestinese”. L’evoluzione del conflitto, con la fine del cessate il fuoco alle porte, farà luce sull’effettiva influenza del ricco emirato arabo e sulla sua capacità di gestire una situazione critica che si prolunga ormai da oltre un mese.
A cura di Sara Speziali




