Suburra, un film da manuale di cinema

Suburra, un film da manuale di cinema

Stefano Sollima ci regala un film da manuale di cinema. Guardando Suburra, chi si sofferma sulla veridicità degli eventi criminosi raccontati parte già col piede sbagliato: il libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini da cui il film è tratto era già uscito molto prima degli eventi di Mafia Capitale, perciò sarebbe completamente inutile soffermarsi sull’identificare i vari personaggi con le persone invischiate nel malaffare romano.

L’aspetto importante del film è l’esperienza cinematografica che riesce a regalarci: le inquadrature, il montaggio, la fotografia, la colonna sonora, tutto concorre a creare del grande cinema, di cui avevamo fortemente bisogno nel panorama italiano. Visivamente impressionante, il film riesce anche a raccontare una buona storia, fruibile e che non si sofferma, come già detto, sulle sole vicende contemporanee.

 

Fin dall’antica Roma, la Suburra era il quartiere dove il potere politico e quello criminale venivano in contatto, si accordavano. Ed oggi più che mai, è Roma il centro del potere, con i grandi palazzi della politica, le immense stanze affrescate del Vaticano, e le strade, dove la criminalità agisce per vie traverse. La vicenda narra di un’enorme speculazione edile sul litorale romano, il Waterfront: per mettere in atto il piano serviranno la complicità di Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), un politico colluso con la criminalità, di Numero 8 (Alessandro Borghi), capo della famiglia più potente del territorio di Ostia, e di Samurai (Claudio Amendola), il “re di Roma”, ultimo componente della banda della Magliana e il più temuto rappresentante della criminalità romana. Ma ad inceppare il perfetto meccanismo criminale interverranno alcune “schegge impazzite”, personaggi che vivono ai margini del potere: Sebastiano (Elio Germano), un PR troppo impegnato nel suo lavoro per preoccuparsi degli affetti che lo circondano, Sabrina (Giulia Elettra Gorietti), una bellissima escort, Viola (Greta Scarano), la donna di Numero 8, e Manfredi (Adamo Dionisi), capoclan di una famiglia di zingari.

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Si capisce come Sollima sia un attento “direttore d’orchestra”: il cast è azzeccatissimo, le interpretazioni sono estremamente realistiche. Favino, Borghi e soprattutto Amendola rendono con grande maestria le personalità deviate e malvagie che interpretano. E tutto questo non sarebbe stato probabilmente possibile, senza la sapiente mano del regista, che come lo spettatore più esigente, dirige i suoi attori con severità affinchè il film superi indenne il suo giudizio.

 

Dietro il fim si percepisce la presenza di una mente ma soprattutto di una mano che esige ma al tempo stesso nutre la sua creatura, riuscendo a creare uno spettacolo forte e potente. Il suo sesto senso per il cinema emerge dalle immagini, piene di atmosfera e di una geometria visiva di altissimo livello, avvolte in una cupa e fredda autenticità: in questo gioca un grande ruolo la fotografia, sempre impeccabile, capace di rendere scene memorabili. Ad esempio, quella in cui viene introdotto Malgradi, quell’orgia così perversa, con un’escort e una minorenne, che finisce con la morte di quest’ultima: ma lui non se ne preoccupa più di tanto, lascia che sia Sabrina ad occuparsi di tutto, mentre lui affacciato al balcone della lussuosa stanza di un hotel del centro, piscia su Roma, si sente al di sopra di tutto, al di sopra della stessa moralità vigente nel mondo. Come se non bastasse, vediamo il suo ritorno a casa, mentre rimbocca le coperte di suo figlio e gli bacia la testa, e contemporaneamente l’escort e il suo amico Alberto, fratello di Manfredi Anacleti, che si sbarazzano del corpo della minorenne, un inutile peso di cui liberarsi al più presto.

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Durante tutto il film piove. Piove a dirotto su una città stuprata, resa sporca e meschina da tutta la malvagità che la avvolge. E la metafora del film è chiara: la pioggia non è un elemento purificatore, non lava via i peccati, non pulisce le coscienze. La pioggia sporca, insozza, penetra gli animi corrotti dei protagonisti, i peggiori rappresentanti della razza umana, non lascia scampo. I tombini della città si otturano, si intasano, e rigurgitano la melma che riempie i sotteranei dell’Urbe: ma la metafora va più in là, perchè quei tombini rappresentano qualsiasi città, la criminalità è dilagante, così come la malvagità che appesta l’animo umano. E così l’atto finale non rappresenta una catarsi, ma l’esatto opposto: la vendetta è compiuta, ma chi la mette in atto non cambierà il proprio essere, non si ritroverà come una persona nuova, pulita e pronta a vivere una vita piena, ma sarà più sporca di prima, corrotta nell’animo e nella mente. Viola si allontana dal luogo del delitto consapevole di quello che ha fatto, si mette il cappuccio e si allontana nella notte, diretta chissà dove, sotto la solita pioggia incessante, cupa, dove non c’è spazio per il pentimento, per l’uscita del Sole a rischiarare la città. Il male è sempre presente, dall’antica Roma fino ad oggi, e così sarà in futuro; l’avidità non ha pace, non si sazia, e continuerà a collegare il potere, quello politico, criminale e religioso. Suburra racconta Roma, una città contemporanea allo sbando, sfinita e distrutta nelle sue fondamenta dall’ondata di criminalità che la avvolge.

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