Perfetti Sconosciuti, gli “Odiosi Otto” del cinema italiano

Perfetti Sconosciuti, gli “Odiosi Otto” del cinema italiano

E’ vero, il paragone con The Hateful Eight di Tarantino sembrerà pretenzioso, fuori luogo, e farà storcere il naso a molti: ma Perfetti Sconosciuti, il nuovo film di Paolo Genovese, ricalca molto bene la forma e la sostanza dell’ottavo film del regista americano. Ma procediamo con ordine.

Sette amici si ritrovano a cena a casa di due di loro, Rocco ed Eva, per una serata tra coppie: sono Carlotta e Lele, Cosimo e Bianca, e Peppe, che sarebbe dovuto venire con la sua nuova fidanzata, ma che non è potuta essere presente poiché malata (ma alla fine dei conti sarà “presente”, eccome se lo sarà…).

Mentre sono a tavola Eva propone un gioco: visto che nessuno ha segreti da nascondere, che ognuno conosce tutto del proprio partner, perché non cenare con i cellulari poggiati sul tavolo, e rispondere ad ogni messaggio o telefonata davanti a tutti e ad alta voce?

Dopo qualche reticenza iniziale, tutti i presenti accettano il giochino: come è facilmente immaginabile, sarà l’inizio della fine. I cellulari sono ormai le scatole nere della nostra vita, contengono le varie vite di tutti: quella pubblica, quella privata e quella segreta. E quando quest’ultima alla fine viene a galla, non c’è bugia o sotterfugio che tenga.

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Il film scorre veloce e fluido, si ride tantissimo, e si riflette sulla percezione e sulla condizione dell’amore ai tempi dello smartphone. E proprio come gli Odiosi Otto di Tarantino, l’intero film è un gioco al massacro: i colpi di scena si susseguono rapidamente, ognuno dei protagonisti nasconde, ed irrimediabilmente rivela, una verità scottante: tradimenti, sogni infranti, speranze che diventano vane, persone che si rivelano per quello che sono realmente. E come se non bastasse, a coronamento di una “strage” impietosa, arriva il finale, se vogliamo ancor più tremendo di tutto quello a cui abbiamo assistito, un finale che sa di resa incondizionata alla realtà dei nostri giorni.

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I punti forti del film sono senz’altro due: la sceneggiatura e il cast, azzeccato a dir poco, e che offre alcuni dei nomi migliori del nostro cinema (su tutti spiccano Valerio Mastandrea e Giuseppe Battiston). E proprio su questi due aspetti pone le basi un film riuscitissimo, che non da il tempo di respirare o di analizzare quello che sta accadendo sul momento: una commedia dal sapore di un thriller, amara al punto giusto, apprezzata per la sua semplicità in tutta Europa; e non è un caso, infatti, se a breve verranno girati remake in Francia e Spagna.

 

 

Alessandro Caon

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