RECENSIONE ZOOTROPOLIS: la Disney colpisce ancora!

RECENSIONE ZOOTROPOLIS: la Disney colpisce ancora!

E il sodalizio con la Pixar, ormai risalente a 10 anni fa, si rivela ancora una volta essere la mossa più azzeccata che il celeberrimo animation studio del vecchio zio Walt potesse fare.

Ho atteso quasi due settimane per poter vedere Zootropolis, non resistendo però nel mentre a fare numerosi auto-spoiler su qualche scena e sui personaggi più divertenti. Fatto sta che, nonostante trailer e varie recensioni, questa lunga attesa è stata meravigliosamente ripagata. Il lungometraggio, firmato Walt Disney Animation Studio per la regia di Byron Howard e Rich Moore, è l’ennesima conferma di come la multi-milionaria casa di produzione cinematografica in questione sia molto più di quel che a prima impatto può sembrare.

La dolce e ottimista Judy (nondeludi) Hopps è una “tenera” coniglietta proveniente da fuori città che vuole diventare una poliziotta, la prima della sua specie. Ho messo tenera tra virgolette per suo rispetto: in una scena infatti la piccola afferma che se un coniglio attribuisce quell’aggettivo a un altro coniglio è ok, ma se lo fa qualcuno di un’altra specie suona un pochino fuori luogo. Io, non essendo coniglio, me ne scuso con tutta la stirpe: i suoi genitori, lei e i suoi 257 fratelli. Insomma: dopo un duro allenamento, arriva a Zootropolis che non è una città come le altre: qui, infatti, “tutti possono diventare ciò che vogliono”. E qui, la prima riflessione. Io ho vent’anni e una grande fortuna: essere cresciuta con i cartoni della Disney. Nella scena in cui lei comincia ad attraversare la città con il treno non ho potuto fare a meno di notare che la stessa sembra essere una versione ingrandita del castello di Ariel in “La Sirenetta”. Non solo! Prima di arrivare in stazione attraversa diversi luoghi: foreste, ghiacciai, deserti. Be’, in molti frame è possibile ricollegare i vari ambienti a precedenti cartoni come Tarzan, Alla ricerca di Nemo, Frozen, Mulan. Questi richiami non sono nuovi alla Disney-Pixar, ma presenti in moltissimi altri lungometraggi. Solo che non mi sembra di ricordarne uno fatto in maniera così spudorata come quello nella scena in cui un venditore abusivo di dvd (che non vi dirò assolutamente chi è) ne vende molti che, con titoli leggermente variati, sono quasi parodie degli stessi targati Disney: Rapunzel, Big Hero, Alla ricerca di Dory e altri.

Tornando a noi: Zootropolis è una città molto particolare. Gli animali si sono evoluti e qui convivono come esseri umani, non più prede e predatori, ma cooperanti per il bene comune di uno stesso luogo. O meglio: come noi esseri umani dovremmo fare. Qualcosa però non funziona come dovrebbe: 14 animali, tutti predatori, spariscono dalla città e, dopo varie peripezie, tocca proprio alla nostra protagonista e a quello che è diventato il suo più fidato collaboratore e amico, la volpe Nicholas Wilde detto Nick, scoprire cosa si cela dietro questo mistero: attenzione, nulla è come sembra.

Senza svelarvi decisamente troppo, posso dirvi che è proprio questo che rende il cartone estremamente interessante (anche a 20 anni): ogni scena sembra concludersi su se stessa, ma c’è qualcosa che ti sprona a dire “ma no, questo non mi torna”. E’ un giallo, sì, un giallo alla Sherlock Holmes trasformato in un film per bambini estremamente appassionante e dal messaggio profondo: prima di tutto che se credi abbastanza in te stesso e nel tuo sogno puoi diventare chiunque, e seconda cosa che non importa quanto ognuno sia diverso dall’altro perché è proprio questa la vera forza degli esseri viventi.

I momenti di riflessione e di sviluppo di una trama decisamente complessa per appartenere, lo ricordiamo, ad un cartone si alternano comunque a scene e personaggi su cui non puoi non ridere nemmeno provandoci. Una è senza dubbio quella in cui la volpe Nick incontra la vice-sindaco Bellwether, una pecora, e borbotta: “Chissà se per addormentarsi si conta da sola”. Ma il personaggio che più di tutti mi ha fatto personalmente morir dal ridere è il bradipo Flash che lavora nella concessionaria DMV (se vi suona familiare sì, suppongo sia una falsa riga della nota BMW) e che, inizialmente lento e… lentissimo, alla fine del lungometraggio lo troviamo in una sua macchinona sfavillante a correre per le strade della città a oltre 200 km orari: be’, ecco perché un bradipo l’hanno chiamato Flash! Anche il cellulare di Judy, oltre al nome DMV, sembra essere alquanto familiare: il design è infatti quello dell’iPhone e sul retro al posto della mela mangiucchiata ci troviamo una carota… ovviamente. Con una breve ricerca in internet ho trovato che queste due mega-produzioni (Apple e automobili della suddetta marca) non solo hanno finanziato questo lungometraggio, ma hanno una specie di partnership con la stessa Disney dal momento in cui ha inglobato in sé, nel lontano 2006, anche la Pixar.

A tirar le somme, comunque, non voglio dire che questo non sia un film per bambini. Lo è, in linea di massima: una storia complessa, certo, ma comprensibile e dal messaggio evidente, forte e anche molto attuale. Il punto è un altro e, essendo una grande fan della Disney, posso parlarne con un po’ di cognizione di causa: ho fatto di recente una breve ricerca, ho riguardato i classici e i più recenti e infine ho messo a paragone le diverse opere. Be’, sono giunta alla conclusione che ogni singolo cartone non sia in realtà totalmente diretto ad un pubblico infantile. Rivedendoli a distanza di anni, ho notato sfumature che da bambina mai avrei notato e non mi riferisco esclusivamente a messaggi subliminali innegabilmente presenti, ma anche a tocchi particolari nella trama, richiami ad altri autori, frasi o citazioni precedenti. Insomma: ogni lavoro Disney è sempre un capolavoro a sé ma che richiama in sé molto altro. E, nella maggior parte dei casi, paradossalmente sono cartoni da adulti, cioè lungometraggi che acquistano il vero senso compiuto solo dopo “una certa età”.

Ne consiglio la visione assolutamente, se possibile con qualcuno che amate perché i film della Disney vanno sempre visti, a mio parere, con gli affetti più cari: hanno l’innata capacità di innescare un curioso meccanismo di empatia e di felicità tipico dei lavori ben riusciti. In particolare, ne raccomando la visione ai bambini perché è sempre bene parlar loro di questioni importanti come la diversità, il bullismo, l’importanza di credere in sé e negli affetti più cari, ma anche e forse soprattutto ai grandi… un po’, purtroppo, per gli stessi motivi e perché a volte ci si dimentica che guardare le cose complicate in maniera leggermente più semplice non può che fare bene.

Ecco a voi il trailer: https://youtu.be/0HtQbNpgq7Y.

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