«Barbarie e civiltà» nelle parole di Netanyahu
Sono destinate a passare alla storia le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu pronunciate davanti al Congresso degli Stati Uniti nella giornata di ieri; gli incontri con Biden e Trump già a partire da oggi.
«Sono venuto qui per assicurarvi una cosa, che vinceremo e la nostra sarà una vittoria totale». Parole fin troppo chiare, gravose e che non sembrano voler lasciare spazio alle interpretazioni, nonostante risultino imprecise dati gli ultimi sviluppi inerenti al conflitto israelo-palestinese. Al suo quarto discorso tenuto a Capitol Hill da quando è divenuto capo di stato, Netanyahu non ha trovato un pubblico di astanti caloroso e cordiale. Molte le defezioni, a partire dalla neo-candidata alla presidenza Kamala Harris fino alla dichiarata assenza della ex-speaker dem della Camera Nancy Pelosi che ha destinato parole al vetriolo per il primo ministro israeliano, definendo quello di Netanyahu come il peggiore discorso pronunciato da un leader straniero al Congresso.

Il discorso
Inneggiare alla guerra sembra non stancare mai, tuttavia, questa volta il Congresso statunitense, nonostante le numerose assenze, non ha troppo applaudito le parole di Benjamin Netanyahu, parole che ben poco risuonano di diplomazia: «Quello che sta accadendo non è uno scontro di civiltà, ma tra barbarie e civiltà, tra coloro che glorificano la morte e coloro che glorificano la vita. Per far trionfare le forze della civiltà, Usa e Israele devono stare insieme». Che il sostegno degli USA a Israele sia garantito non c’erano molti dubbi, Biden ha di fatto smesso di fornire alcuni armamenti pesanti ma è impensabile ipotizzare al momento un dietrofront americano. Al contrario, il conflitto riaccesosi ormai più di nove mesi fa, inizia a spazientire visti anche i pochi passi avanti fatti per porre fine agli scontri. Hamas ha definito il discorso del suo nemico come “fuorviante” per l’intera comunità internazionale. Netanyahu si è di fatto concentrato nel giustificare le sue azioni a Gaza ma non ha disdegnato comunque lanciare qualche attacco all’antico rivale persiano, il nemico del mio nemico è mio amico recita il proverbio, così Iran, Hezbollah e Houthi vanno sempre, ancora una volta, annientati, “l’asse del terrore iraniano che minaccia Usa, Israele e il mondo arabo”.

Le ponderate assenze
Se Nancy Pelosi non si è preoccupata di criticare le parole del principale alleato americano in Medio Oriente, anche il senatore Bernie Sanders non si è risparmiato dichiarando: «Sono d’accordo con la Corte penale internazionale e con la commissione indipendente dell’Onu sul fatto che Benyamin Netanyahu e Yahya Sinwar siano dei criminali di guerra».
Si aggirerebbe intorno a ottanta il numero di assenti al Congresso, J.D. Vance, candidato alla vicepresidenza con Trump si è detto impegnato in campagna elettorale, così anche Kamala Harris, da poche ore ufficialmente in lizza per la Casa Bianca. La sua assenza si è vestita però di un significato diverso che la vuole molto lontana dall’approvare l’attuale gestione della guerra a Gaza.

Le proteste
Gli “utili idioti di Teheran”, come li ha chiamati Netanyahu si sono riuniti fuori da Capitol Hill che, ormai celebre per i fatti del 2021, era blindatissima, recinzioni metalliche e cordoni serrati di polizia e forze speciali. I manifestanti più “vivaci”, con bandiere della Palestina e striscioni contro il genocidio a Gaza, sono stati sedati con l’uso di spray al peperoncino. Nei prossimi giorni si attende l’incontro con Biden con il quale, almeno per i prossimi mesi, Netanyahu sarà costretta a colloquiare; di diverso tenore si prevede invece l’incontro con Donald Trump a Mar-a-Lago.
Gli USA, faro dell’Occidente, non illuminano più come un tempo la strada di Israele, destinato ormai a camminare sempre più solo.





