Il Brasile: tra favelas e capoeira
Con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati, emerge, immerso nella ricchissima biodiversità dell’Amazzonia, il contraddittorio Brasile. Approdo del navigatore ed esploratore portoghese, Pedro Álvares Cabral, il territorio brasiliano, durante il diciannovesimo secolo, ottenne l’indipedenza dal Regno del Portogallo, per poi divenire un Impero e lasciar successivamente il trono alla Repubblica Federale Presidenziale. Tra la Scuola Bahaiana, il Fandango e il Catimbò, si respirano le influenze provenienti dalla tradizione cattolica portoghese, dai residui linguistici dei gruppi precolombiani e dai testimoni sonori degli attracchi africani.
“In ogni uomo veramente brasiliano scorre un sangue ricco di fermenti europei, africani, indios, meticci, ed è proprio questo che rende il Brasile così magicamente colmo di luci ed ombre, così fragile, allegro, violento, e tuttavia così impossibile da dimenticare” (Jorge Amado)
Intorno alle vaste Pampas, e ai paludosi Pantalan, sfilano costanti i numerosi rimasugli di antichi popoli amerindi e danzano colorati i ricordi di una lontana ascendenza africana. Tuttavia, è dietro a queste molteplici forme di espressione culturale, che si notano i retaggi di quelle lotte intestine avanzate dai moderni spartacus contro gli impietosi padroni del passato. Introdotti in miniere e piantagioni, i primi schiavi africani dovettero pianificare strategie utili alla propria sopravvivenza in un continente con cui ben poco avevano in comune. Per difendersi dalle estenuanti condizioni ambientali e dal massacrante lavoro forzato, necessitavano di un’adeguata preparazione fisica. Dissimulando i faticosi allenamenti, eseguiti all’ombra delle foreste, davano origine ai quei movimenti fluidi, molto simili ad una danza, racchiusi in una disciplina conosciuta tutt’ora con il nome di Capoeira. Spacciandosi da innocuo passatempo capace di illudere i despoti europei, si articola oggi, come l’emblema per eccellenza della fuga, della ribellione, e della libertà. Più volte bandita dai governi brasiliani timorosi di eventuali rivolte popolari, la Capoeira è rimasta sempre tesa tra i due mondi, trasformando le tortuose sfide in precisi punti di forza.
“Non aver paura di avvicinarti al tuo avversario: più sei vicino, più imparerai.” (Mestre Bimba)
Attraverso piccole vie e stradine invisibili, la Capoeira si diffonde accompagnata dallo spirito di resistenza, tra le marginali favelas: baraccopoli agglomerate lungo le periferie delle grandi città. Abbandonando i chicchi di caffè e i granelli di zucchero, i fluenti movimenti di questo “gioco africano” prendono forma in abitazioni sostenute da rifiuti e ricoperte da lamiere. Nei pressi dei poveri sobborghi, i nuovi campi cosparsi di Eternit, le attuali generazioni riprendono ed apprendono la lotta danzante, resistendo e difendendo la propria problematica identità brasiliana.
“Con la Capoeira possiamo insegnare ai bambini il senso della comunità, della cittadinanza attraverso l’uso del linguaggio universale del corpo, per far capire loro che fanno parte di qualcosa di più grande.” (Manoel Pereira Costa)
È così che, tra i melanconici vicoli in siesta dell’appannato Brasile, si ingarbugliano e si distendono i rumorosi controsensi, seguiti nella roda dal ritmo del berimbau.




