Elezioni Russia, Putin verso una riconferma scontata
A partire dalla giornata di oggi venerdì 15 marzo e fino alla giornata di domenica 17 marzo si sono aperte le urne per le elezioni presidenziali in Russia. L’appuntamento elettorale si presenta dall’esito piuttosto scontato per Vladimir Putin e il suo partito Russia Unita, sia per le caratteristiche da regime autocratico che la Russia e Putin preservano da più di trent’anni sia per il controllo delle operazioni militari nell’invasione dell’Ucraina in corso lanciata ormai più di due anni fa. Un altro fattore determinante che rende molto probabile una riconferma del presidente uscente è la riforma costituzionale approvata in Russia nel 2020 che ha di fatto aggirato il limite di due mandati consecutivi previsto dalla legislazione.
Il mandato del presidente federale in Russia è ora di sei anni mentre prima della riforma sopracitata era di quattro anni con limite massimo di due mandati consecutivi ma la legge consentiva ad un ex Presidente anche un terzo mandato non consecutivo con i primi due. Eletto per la prima volta del 2000, Vladimir Putin è stato rieletto nel 2004 ma non avrebbe potuto ricandidarsi nel 2008, motivo per cui fece candidare il suo delfino Dimitri Medvedev, il quale fu eletto e governò (sotto l’ombra della tutela del suo predecessore) per quattro anni fino al 2012, anno in cui Putin, da ex presidente, si ricandidò e rivinse nuovamente per il suo terzo mandato. A partire da quell’anno entrò in vigore un emendamento costituzionale, fortemente voluto dal presidente, che allungò la durata di un singolo mandato presidenziale da quattro a sei anni e dato che la costituzione russa non prevedeva un limite massimo di mandati in generale, Putin poté ricandidarsi anche nel 2018, quando fu di nuovo riconfermato. Quella avrebbe dovuto essere la sua ultima rielezione dato che era di nuovo consecutiva ma il presidente in carica escogitò un nuovo escamotage per poter essere di nuovo candidabile. Nel 2020 promosse e vinse grazie ad un referendum, un emendamento costituzionale che ora limita non solo consecutivamente ma anche in generale, la rieleggibilità di un presidente a due mandati tout court di sei anni ciascuno, che possano essere sia consecutivi o non consecutivi. La sorpresa di questa nuova norma ora in vigore è che non è retroattiva, così i quattro mandati precedenti di Putin sono stati azzerati dal conteggio permettendogli di poter partecipare di nuovo alle imminenti elezioni del 2024 e alle successive.
Tutte queste modifiche reiterate alla costituzione rendono naturale immaginare l’esito scontato della imminente elezione e a tutto ciò si aggiungono le varie misure restrittive nei confronti di alcune opposizioni, tra le quali spicca la formazione di Alexei Navalny, giudicato incandidabile a causa delle sue condanne penali e comunque deceduto in detenzione il 16 febbraio scorso mentre scontava alcune delle sopracitate condanne di dubbia legittimità.
Un altro fattore di novità è che questa volta parteciperanno alle consultazioni elettorali anche i territori annessi dalla Russia nel corso dell’attuale conflitto con l’Ucraina, ovvero le due ex autoproclamate repubbliche popolari di Doneck e Lugansk annesse unilateralmente tramite referendum contestati dall’ONU e gli oblast dei territori di Cherson e Zaporižžja attualmente sotto occupazione militare russa. Difficile stabilire quale sarà l’affluenza nei territori occupati nonostante una parte considerevole della popolazione di questi territori sia di lingua ed etnia russa. Dall’inizio del conflitto Vladimir Putin ha utilizzato la vessazione della minoranza russofona da parte del governo ucraino dal 2014 in poi tra le varie motivazioni dell’invasione del paese ma la reazione delle popolazioni di questi territori non sempre è stata amichevole al Cremlino, destando in molti casi stupore per il sostegno dimostrato da molti russofoni al governo ucraino.
Il sistema elettorale russo è un maggioritario a doppio turno, secondo il quale, per essere eletti già al primo turno, è necessario conseguire la maggioranza assoluta dei voti (50%+1). Se questo non si verifica, ha luogo un secondo turno tre settimane dopo dove risulta eletto il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti. I candidati alla presidenza sono quattro: il Presidente uscente Vladimir Putin presentatosi fittiziamente da indipendente ma di fatto sostenuto dal partito Russia Unita; Nikolaj Charitonov del Partito Comunista; Leonid Sluckij del Partito Liberal-Democratico e Vladislav Davankov del partito Nuova Gente. Sono stati invece esclusi dalla consultazione elettorale Boris Nadeždin, candidato pacifista e pro-Navalny a causa di una dubbia mancanza di firme (anche se la reale esclusione parrebbe motivata dalla sua dichiarata opposizione alla guerra in corso, guerra che in Russia è ancora proibito nominare nei discorsi pubblici, privilegiando l’espressione “operazione militare speciale”) e i candidati Ekaterina Duncova e Sergej Malinkovic.
Ciò che accomuna tutti e quattro i candidati è il loro supporto incondizionato all’invasione dell’Ucraina e ciò denota come i tre principali rivali del presidente in carica assumano le caratteristiche di una opposizione sistemica, ovvero una opposizione che partecipa alle elezioni ed è rappresentata in parlamento ma che non costituisce alcuna reale alternativa al potere vigente e anzi viene mostrata al pubblico per dare una parvenza di democrazia al regime autocrate attualmente al potere. Certamente ci sono delle differenze tra questi partiti, ad esempio il partito Russia Unita di Putin esprime una ideologia di statalismo, conservatorismo e un marcato nazionalismo con una forte propensione al protagonismo sulla scena internazionale. Il Partito Comunista incarna invece una visione di marxismo-leninismo, nazionalizzazione delle risorse naturali, lotta alla povertà e celebrazione della figura di Stalin e del periodo sovietico. Il partito Liberal-Democratico si pone invece come alfiere di un ancor più marcato ultranazionalismo, populismo di destra e panslavismo mentre Nuova Gente si presenta invece con una ideologia moderatamente liberale e regionalista ma la sua recente formazione e fulminea ascesa dal 2020 in poi è stata oggetto di svariate critiche ed accuse di costituire un partito fantoccio di Russia Unita al fine di sottrarre voti alle altre opposizioni. Stanti le appena elencate differenze ideologiche, da un punto di vista pratico, tuttavia, tutti e quattro i contendenti hanno una visione di prestigio e di forza per quanto riguarda la politica estera, un marcato nazionalismo presente anche nei comunisti, il supporto incondizionato alle operazioni militari in Ucraina e una forte contrapposizione alle minoranze LGBT+.
Tutti questi punti in comune, uniti ai vari emendamenti applicati alla costituzione già citati e all’estensione di voto ai territori ucraini occupati rendono poco verosimile agli occhi degli osservatori un cambio di leadership al Cremlino, impressione confermata dai sondaggi attuali che danno Vladimir Putin in testa ai sondaggi con il 60% e gli altri tre candidati a contendersi le briciole. Resta anche da valutare il corretto svolgimento delle operazioni di voto e scrutinio più volte oggetto di critiche e accuse di operazioni illecite di manipolazioni del voto.




