Marocco alla presidenza dell’UNHRC, ma è fuori dalla carta dei diritti
Il 10 gennaio 2024 a Ginevra il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU ha eletto come proprio presidente l’ambasciatore Omar Zniber, già Rappresentate Permanente del Marocco presso l’Ufficio delle Nazioni Unite nella città svizzera. Nel diciottesimo anno dalla fondazione del Consiglio, tutti i suoi 47 membri hanno votato a scrutinio segreto, dovendo scegliere tra Zniber o l’ambasciatore Mxolisi Nkosi, Rappresentate Permanente al Consiglio del Sud-Africa. I risultati del ballottaggio sono chiari: 30 voti per il candidato marocchino, contro i 17 dell’avversario. Subito dopo l’elezione, l’ambasciatore marocchino ha fatto un discorso in cui ha affermato di avere il dovere di garantire la promozione e il rispetto dei diritti umani universalmente riconosciuti e che si impegnerà per farlo. Tuttavia, le voci contrarie a tale nomina sono state numerose, e le contraddizioni evidenti.
Voci di protesta
Oltre ad essere l’unico paese in Africa che continua a rifiutarsi di ratificare la Carta Africana dei Diritti Umani, stando ai numerosi report di organizzazioni non governative – internazionali e non – che si occupano della difesa dei diritti umani, il Marocco risulta essere molto lontano dal soddisfare gli standard richiesti per presiedere un organismo internazionale il cui mandato è quello di supervisionare il rispetto e le violazioni di tali diritti in tutti gli Stati aderenti alle Nazioni Unite. Come riportato in un comunicato congiunto di numerose organizzazioni della società civile norvegese che si sono opposte alla candidatura del paese maghrebino, nonostante la sua ammissione a membro del Consiglio nel 2022, denunciata dal Servizio Internazionale per i Diritti Umani, Rabat ha continuato a “commettere gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani ed è regolarmente incluso nella relazione annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite sulle rappresaglie e intimidazioni (A/HRC/51/47)”. Human Rights Watch e Amnesty International sono dello stesso parere, entrambe le organizzazioni portando alla luce nei propri report la difficile ed ostile situazione in cui si trovano ad operare i difensori dei diritti umani in Marocco, come giornalisti, dissidenti politici, bloggers che sempre di più sono sottoposti ad intimidazioni, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, processi iniqui. Nel luglio 2022, Humans Rights Watch pubblica un rapporto dal titolo “They’ll Get You No Matter What: Morocco’s Playbook to crush dissident”, risultato di ricerche, investigazioni, contatti ravvicinati con le vittime del sistema di repressione marocchino sempre più efficiente. Se prima I dissidenti venivano portati davanti a un tribunale e processati, ora vengono accusati di stupro, furto, rapine, vengono portate avanti campagne che mirano alla diffamazione della vittima, isolata in questo modo dal supporto dell’opinione pubblica, sono soggetti a intimidazioni, violenza fisica, minacce rivolte a familiari e amici.
Secondo Pegasus Project, un’investigazione rilasciata il 18 luglio 2021 e coordinata da Forbidden Stories con il supporto tecnico di Amnesty International Security Lab, il Marocco utilizza la spyware Pegasus prodotta dalla compagnia israeliana “NSO Group” per colpire illegalmente i difensori dei diritti umani e tutti coloro che esprimono opinioni e idee contrarie al regime. Tramite l’arma dello spionaggio e della sorveglianza elettronica, la repressione del dissenso è ancora più efficiente.
Anche nella sede del Parlamento Europeo sono state sollevate più interrogazioni parlamentari riguardo casi di pressioni e vessazioni nei confronti di giornalisti tramite anche l’utilizzo di Pegasus. Per non parlare delle violenze subite dai migranti, realtà di fronte alla quale l’Europa si rende cieca finché i flussi migratori sono controllati, repressi e dunque tenuti lontano dai confini europei, avendo a tal riguardo anche inserito il Marocco nella lista dei paesi di origine “sicuri”. Le autorità marocchine hanno sempre rifiutato queste accuse, continuando invece a promuovere l’immagine del regno come un “modello” e paese all’avanguardia rispetto al tema della difesa dei diritti umani, in particolare riferendosi al contesto regionale.
I territori occupati del Sahara Occidentale
Oltre a ciò, si aggiungono le violenze che il regime commette quotidianamente nei territori occupati del Sahara Occidentale, dove gli attivisti saharawi che protestano per vedere riconosciuto al proprio popolo il diritto all’autodeterminazione e che supportano la lotta indipendentista del Fronte Polisario sono soggetti a trattamenti arbitrari e illegali. Il Marocco utilizza l’arma della repressione e del controllo per impedire lo svolgersi di manifestazioni e assemblee, ostacola il lavoro delle organizzazioni non governative locali, impedisce l’ingresso nei territori ai funzionari della Missione ONU per il Referendum nel Sahara Occidentale. Secondo Reporters Without Borders I giornalisti saharawi sono tra le principali vittime di questo sistema repressivo, soggetti a processi ingiusti ed incarcerazioni arbitrarie. Lo stesso organismo dell’ONU che si occupa della protezione dei diritti umani (OHCR) ha preso posizione al riguardo esortando il governo marocchino a consentire ai difensori dei diritti umani e ai giornalisti di lavorare senza ritorsioni e minaccia di violenze. Anche la Commissione delle Nazioni Unite sulla tortura e il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria hanno condannato il Marocco per ripetute e diffuse violazioni di questi diritti nel Sahara occidentale occupato. L’estrema contraddizione la vediamo con i nostri occhi: dal 10 gennaio il Marocco è alla guida di uno di quegli organismi, che si pone come obiettivo la tutela dei diritti umani, i quali nei recenti anni sono riusciti a condannare i gravi abusi e violazioni commessi dal paese del Maghreb.




