Netanyahu alle strette: quanto rischia l’anima d’Israele
Nonostante il congelamento della riforma giudiziaria in Israele, la questione non risulta per nulla archiviata. Dopo le minacce sollevate da Ben-Gvir (Potere Ebraico) circa la fiducia al governo e il licenziamento del Ministro della Difesa Yoav Gallant, Netanyahu ha infatti promesso all’estrema destra l’entrata in vigore della legge entro l’estate.
La legge tra fautori e proteste
Protagonista della vicenda è un capo del governo alle strette. Oltre al peso dei vari processi per corruzione e altri reati, Netanyahu deve ora affrontare le pressioni del proprio partito (Likud), dell’intera ala ultraortodossa (Shas) e di Yariv Levin, ministro proponente. Dal lato opposto, le 160 mila persone scese in piazza il 27 marzo continuano ad incendiare le strade. Più mite la posizione del Presidente israeliano Isaac Herzog, che chiede l’avvio del percorso negoziale.

“Non si può continuare su questa strada”
Parole ferme quelle che giungono da Washington, che con Biden dimostra un cambio di rotta rispetto alle amministrazioni precedenti. Al tono perentorio di Biden Netanyahu risponde ribadendo l’indissolubilità del patto con gli Stati Uniti. L’obiettivo della riforma giudiziaria, dichiara il leader, non è quello di generare fratture, bensì quello di ristabilire l’ordine tra i poteri attraverso il consenso.
L’Alta Corte e l’anatomia della riforma giudiziaria
Lo Stato d’Israele si presenta come una democrazia liberale dal 1996, anno in cui venne introdotto il potere di controllo legislativo delle leggi fondamentali, affidato all’Alta Corte.
La conseguenza è che la tutela dei diritti (specialmente delle minoranze) è sempre stata affidata al giudiziario, in un sistema già atipico di suo.
Per alcuni, l’Alta Corte è un vero e proprio ostacolo politico. Questa è la posizione dall’estrema destra, interessata alle colonie, alla Striscia di Gaza e alla protezione della comunità ultraortodossa.

La nuova riforma giudiziaria in Israele sembra volta e demolire tutto ciò. Tra le clausole troviamo:
- un tentativo di court-packing (aumento del numero di giudici) in stile ungherese
- la riduzione del potere di constitutional review in mano alla Corte
- l’opportunità per il Parlamento di scavalcare le decisioni della Corte con maggioranze semplici
- l’affidamento della scelta dei giudici al governo.
L’intenzione evidente è di limitare il principio di checks and balances, aumentando il potere dell’esecutivo. Si è parlato persino di “arretramento costituzionale” e di una riforma ad personam. La possibilità di nominare più giudici vicini a sé, sarebbe infatti un ottimo modo per Netanyahu di schivare le accuse nei suoi confronti.

Il futuro dell’anima d’Israele
La vicenda ha fatto sorgere dubbi circa il destino di quella che viene chiamata l’unica democrazia in Medio Oriente, in un’epoca di sfide per la democrazia stessa. C’è chi tenta di ridefinire ciò che è “dittatoriale” o “conservatore” entro nuovi confini, e chi si esprime incerto circa la possibilità di chi si oppone alla riforma di arrestarla. Da tutti questi interrogativi si può trarre però un denominatore comune: con metodi non sconosciuti in Europa, il governo Netanyahu sembra tendere verso una riscrittura del sistema politico e istituzionale d’Israele.




