“Rumori fuori scena” al Vittoria, un evergreen travolgente

“Rumori fuori scena” al Vittoria, un evergreen travolgente

Dopo più di trent’anni, questa esilarante commedia di Michael Frayin (in prima assoluta nel 1982, al Lyric Theatre di Londra, l’anno successivo ripresa in Italia proprio al Vittoria) dimostra tutta la sua inarrestabile verve e la sua scatenata ironia.

La storia, minimalista, è ben nota: una sgangherata troupe teatrale spende un’interminabile nottata, alla vigilia della prima, in un’estenuante prova generale. Prova di pazienza per il regista, e dura prova per i rapporti precari e fragili tra gli interpreti, ognuno col suo fardello umano.

Seguirà un incerto debutto, poi le repliche e la tournée, sempre oscillando tra l’implosione e la deflagrazione della compagnia, tenuta insieme non si sa bene come da un regista ironico e un po’ sornione, sciupafemmine di nobili ideali.

“Rumori fuori scena” offre però molto di più che tre atti di puro divertimento. É anche uno spaccato dissacrante e ironico del mondo del teatro, visto letteralmente dietro le quinte. È una galleria di personaggi umani, troppo umani per non essere irresistibilmente simpatici, con i loro piccoli vizi e grandi virtù. È una commedia degli errori, un microcosmo chiuso in sé stesso ma fedele specchio del mondo dall’altra parte del palcoscenico. Ed è, non da ultimo, un atto di genuino affetto per il teatro.

Il successo della pièce si basa tutta su due elementi, complementari: il ritmo incalzante e purissimo delle entrate e uscite di scena dei personaggi/interpreti (non a caso in scena ci sono ben sette porte…) con ricombinazioni continue dei “chi e quando” entrano o escono, e il ritmo perfetto dei dialoghi, frammentati, sovrapposti e mischiati. E poi la trovata, geniale nell’uso quanto (ai suoi tempi) originale nell’adozione, del dietro le quinte del secondo e terzo atto, che mostra, dietro lo specchio glitter della finzione, la realtà umana, un po’ cialtrona e rancorosa, della troupe.

Difficile a questo punto dire di più dell’interpretazione, anche perché il testo di Frayin è, paradossalmente, talmente solido da sopraffare quasi gli attori (quelli veri). Inevitabile quindi scivolare nei superlativi: la compagnia Attori e Tecnici è semplicemente eccezionale, tanto da lasciarci assolutamente coinvolti e complici delle loro piccole follie.

Il miglior complimento è in fondo il dubbio che ci resta: se sia migliore questa messa in scena o il pur ottimo (e imperdibile) film omonimo di Peter Bogdanovich del 1992, con uno splendido Michael Caine e, tra gli altri, Carol Burnett e Christopher Serve.

Nel caso, guardatevi anche il film, ma dopo, per godervi in tutta freschezza e sorpresa quest’ottimo spettacolo,  al Vittoria.

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