“Malattia della pioggia” arriva in Europa: cosa c’entra con gli acquazzoni, sintomi e cure

La “malattia della pioggia” sta facendo preoccupare l’Europa. Si tratta della dermatofilosi, una malattia cutanea che ha però poco a che fare con le precipitazioni. L’infezione si trasmette soprattutto tra animali, in particolare bovini, cavalli, pecore e altri mammiferi. Il contagio tra esseri umani è invece raro. Sono 123 i casi registrati in Paesi Europei, un dato che ha acceso l’attenzione delle autorità sanitarie europee.
Cos’è la “malattia della pioggia” e qual è il rapporto con le precipitazioni
Comunemente chiamata “malattia della pioggia”, ha in realtà poco a che fare con le precipitazioni. Il nome viene utilizzato per indicare la dermatofilosi, un’infezione cutanea causata dal batterio Dermatophilus congolensis. È una patologia ben conosciuta soprattutto in ambito veterinario, poiché il batterio si trasmette principalmente tra animali, in particolare bovini, pecore e cavalli.
Il contagio nell’uomo è raro, ma non impossibile. Lo dimostrano i 123 casi già registrati in dieci Paesi europei – Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito – che hanno attirato l’attenzione delle autorità sanitarie europee.
La connessione con la pioggia non è quella che si potrebbe immaginare. Non ci si contagia semplicemente prendendo un acquazzone. L’associazione nasce dai termini inglesi rain rot e rain scald, utilizzati per descrivere la manifestazione dell’infezione negli animali. Il collegamento con la pioggia è però indiretto: umidità persistente e bagnato possono favorire la macerazione della pelle e creare condizioni favorevoli alla proliferazione del batterio. La pioggia, quindi, non rappresenta di per sé una modalità di contagio. Il paradosso è che l’aumento dei casi in Europa arriva proprio durante una delle estati più secche degli ultimi anni.
Come ci si contagia, quali sono i sintomi e come si cura
Negli ultimi mesi, l’aumento dei casi nell’uomo ha attirato l’attenzione degli esperti, anche per le ipotesi relative alle modalità di trasmissione. Tradizionalmente, il contagio avviene attraverso il contatto diretto con animali infetti o con materiale contaminato.
Alla luce dei nuovi casi registrati in Europa, è stata presa in considerazione anche la possibilità di una trasmissione da persona a persona, generalmente ritenuta rara. Tra le ipotesi vi è il contatto ravvicinato pelle contro pelle, mentre non è possibile escludere completamente la trasmissione attraverso superfici contaminate.
I sintomi più comuni possono comprendere papule, pustole, piccole croste, desquamazione e, in alcuni casi, prurito. Le lesioni possono comparire in diverse zone del corpo, tra cui inguine e regione genitale, cosce, tronco e volto. Questi sintomi, tuttavia, non sono specifici e possono essere presenti anche in altre infezioni o patologie cutanee. In caso di lesioni sospette o di possibile esposizione, è quindi importante rivolgersi a un medico per una corretta diagnosi.
La dermatofilosi non è generalmente considerata una malattia grave e può essere trattata con terapia antibiotica, locale o sistemica, a seconda della manifestazione e della valutazione clinica. A destare maggiore attenzione è soprattutto l’eventuale aumento della trasmissione tra esseri umani, considerata normalmente poco frequente.
Chi è maggiormente a rischio?
Le persone più esposte sono soprattutto quelle che lavorano o vivono a stretto contatto con gli animali, come allevatori, veterinari e addetti agli allevamenti. In presenza di un’infezione, è inoltre prudente evitare contatti fisici molto ravvicinati, in particolare il contatto diretto pelle contro pelle. Ambienti caldi e umidi, come saune e centri benessere, possono rappresentare condizioni favorevoli alla proliferazione di alcuni batteri, ma non sono di per sé una fonte specifica di contagio.
Per ora, l’Italia non rientra tra i Paesi europei nei quali sono stati segnalati i casi. La situazione resta sotto osservazione: la diffusione dell’infezione non sembra al momento rappresentare un’emergenza, ma l’aumento dei casi ha spinto le autorità sanitarie a mantenere alta l’attenzione.




