Caracas liberalizza il settore minerario
Il Venezuela ha approvato una svolta storica nella gestione delle proprie risorse minerarie, aprendo ufficialmente il settore agli investimenti stranieri attraverso la nuova legge mineraria, approvata all’unanimità dall’Assemblea nazionale e sostenuta dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, con la quale si consente a società estere, private e pubbliche, di ottenere concessioni per lo sfruttamento di miniere di oro, coltan e altri minerali strategici.
La riforma in questione ha abrogato le precedenti normative del 1999 e del 2015, rappresentando uno dei cambiamenti economici più profondi degli ultimi decenni nel Paese, con concessioni che potranno durare fino a 30 anni più la possibilità di proroga per altri vent’anni complessivi, mentre intanto lo Stato manterrà formalmente la proprietà delle risorse del sottosuolo.
La liberalizzazione del comparto minerario si inserisce nel nuovo corso politico ed economico avviato dopo la destituzione-arresto di Nicolás Maduro, catturato dagli Stati Uniti all’inizio del 2026. Da allora il governo guidato da Delcy Rodríguez ha progressivamente adottato una linea molto più aperta, caso strano, verso Stati Uniti e verso gli investitori occidentali, attraverso un nuovo impianto normativo che punta infatti a rassicurare il capitale straniero attraverso garanzie giuridiche più forti, inclusa la possibilità di ricorrere all’arbitrato internazionale nelle controversie con lo Stato venezuelano, il che rappresenta un elemento particolarmente significativo in un Paese segnato da anni di nazionalizzazioni e contenziosi con compagnie estere.
Oggi il Venezuela possiede alcune delle più grandi riserve minerarie note del continente latinoamericano, e, oltre all’oro, il governo punta ad attrarre capitali per lo sfruttamento di coltan, rame, nichel, bauxite e terre rare, nonché di materiali fondamentali per settori strategici come elettronica, difesa, batterie e tecnologie spaziali. In tutto ciò, particolare interesse nello scenario internazionale ruota attorno all’Arco Minero dell’Orinoco, enorme area ricca di risorse naturali ma anche associata negli anni a estrazione illegale, gruppi armati e gravi problemi ambientali e sociali.
Su questo fronte, negli ultimi mesi Washington ha allentato alcune restrizioni sulle transazioni legate all’oro venezuelano e ha incoraggiato apertamente le riforme economiche di Caracas, infatti, secondo diverse ricostruzioni, il segretario dell’Interno americano Doug Burgum avrebbe promosso incontri tra il governo venezuelano e aziende minerarie statunitensi interessate alle nuove opportunità nel Paese.
Tuttavia, nonostante l’entusiasmo del governo venezuelano, restano forti dubbi sulla sostenibilità del nuovo modello, con analisti e osservatori internazionali che segnalano rischi legati alla sicurezza, alla trasparenza e alla tutela ambientale.
Resta dunque da scoprire cosa accadrà al settore minerario venezuelano, per anni segnato da criminalità organizzata, corruzione e sfruttamento illegale delle risorse. La nuova legge rappresenta sicuramente, almeno in teoria, una svolta radicale per un Paese che per oltre vent’anni aveva costruito la propria economia su un forte controllo statale delle risorse strategiche, ma resta da capire se l’apertura ai capitali stranieri riuscirà davvero a rilanciare il settore oppure finirà per accentuare nuove dipendenze economiche e geopolitiche.




