Colpita l’eccellenza iraniana: bombardamento alla Sharif University
Scaduto l’ultimatum di Trump per la riapertura dello stretto di Hormuz, Teheran ha subito le conseguenze del suo rifiuto. Nella notte, aerei americani e israeliani hanno piegato l’intera nazione. Sono stati colpiti quartieri residenziali vicino a Teheran: si stima, secondo l’agenzia di stampa Fars News, che 23 civili siano rimasti uccisi, mentre a Qom un edificio bombardato ha causato 5 morti. Anche città come Bandar Abbas, Ahvaz, Mahshahr, Shiraz, Isfahan e Karaj non sono state risparmiate dagli attacchi aerei delle ultime ore. Tuttavia, gli obiettivi che hanno maggiormente sconvolto l’opinione pubblica sono state le università, in particolare la Sharif University. Un ingegnere iraniano ha lanciato una provocazione a Trump: “Non riesce a capire che la conoscenza dell’Iran non è scolpita nel cemento da distruggere con le bombe; la vera fortezza è la volontà dei nostri professori e delle nostre élite”.
L’attacco alla “Berkeley persiana”
Gli Stati Uniti hanno giustificato l’attacco alla Sharif University (SUT) sostenendo che l’ateneo avrebbe collaborato al programma militare dei Pasdaran. La notizia, riportata dal Wall Street Journal, sorprende ben poco: la prestigiosa università iraniana era già stata sanzionata dall’UE perché indicata come centro di ricerca sui droni. Eppure, la Sharif University andava oltre gli studi bellici: era un cuore pulsante di proteste anti-regime sin dall’uccisione di Mahsa Amini. I giovani attivisti sono stati ripagati del proprio coraggio con 34 morti, tra cui sei bambini.
Anche molti cittadini americani contestano l’attacco di questa notte. Oltre 100 giuristi hanno firmato una lettera aperta di avvertimento alla Casa Bianca, sostenendo che, ai sensi del diritto internazionale, i recenti attacchi alle università potrebbero costituire crimini di guerra. Tra i firmatari figurano figure di spicco come Oona A. Hathaway, docente di diritto internazionale alla Yale Law School, e l’esperto di diritti umani alla NYU Philip Alston. Nonostante i danni subiti dalle strutture di ricerca e dalle aule, il rettore della Sharif University Masoud Tajrishi ha affermato che l’università verrà ricostruita.
Teheran è pronta a rispondere con la stessa moneta
Esattamente come il presidente americano aveva promesso di attaccare la Repubblica Islamica in caso di mancato accordo, l’Iran aveva dichiarato che ci sarebbe stata una risposta su larga scala alla prossima offesa statunitense. Gli analisti prevedono attacchi alle infrastrutture e alle centrali energetiche in tutto il Medio Oriente nei prossimi giorni, e il portavoce del ministro degli Esteri Esmaeil Baghaei sembra più che determinato al riguardo.
Baghaei afferma che il popolo iraniano non è disposto, e non lo sarà mai, ad assecondare le minacce di Trump. Negato il cessate il fuoco temporaneo e, ancora una volta, la riapertura dello Stretto di Hormuz, l’obiettivo è porre fine alla guerra in modo permanente. A prendere la parola è anche l’ex ministro degli Esteri Velayati: “Devono [gli Stati Uniti] ancora comprendere la geografia del potere”. Il messaggio di Velayati è chiaro: un paese che ha vissuto meno di cinquant’anni fa la rivoluzione islamica non teme nulla. “Le proposte sono estremamente ambiziose, insolite e illogiche”, dichiara, riferendosi ai 15 punti stilati la scorsa settimana.




