Iran, uccisi Larijani e Soleimani
L’Iran ha confermato che sono stati uccisi sia il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano Ali Larijani che il comandante dell’unità Basij Gholamreza Soleimani. Negli attacchi delle ultime ore, l’Iran ha colpito diverse località israeliane: almeno due feriti gravi a Ramat Gan, alla periferia di Tel Aviv. L’ambasciata statunitense a Baghdad è stata presa di mira da un attacco con droni e razzi: almeno uno ha colpito la sede diplomatica provocando un’esplosione.
Dall’inizio della guerra i bombardamenti di Israele e Stati Uniti hanno decimato la leadership iraniana: è possibile che finora Larijani fosse stato risparmiato perché gli Stati Uniti vedevano in lui un esponente del regime con cui sarebbe stato possibile trattare. Nel corso della guerra però aveva mantenuto un approccio molto duro, di non essere disposto a negoziare una resa dell’Iran e adottando una retorica aggressiva contro Israele e gli Stati Uniti. Aveva anche minacciato direttamente Donald Trump, di stare attento.
Larijani aveva 67 anni. Era stato visto in pubblico l’ultima volta venerdì, durante una manifestazione a Teheran a cui avevano partecipato anche altri importanti politici e funzionari iraniani. Era uno dei modi con cui il regime prova a trasmettere un’immagine di forza: i leader erano presenti perché confidavano nel fatto che non sarebbero stati colpiti, dato che un eventuale bombardamento avrebbe ucciso anche moltissime altre persone. Larijani era formalmente il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Negli ultimi mesi aveva accumulato sempre più potere, diventando di gran lunga più influente del presidente Masoud Pezeshkian. Era di fatto il responsabile dell’apparato repressivo iraniano: aveva gestito la repressione brutale e senza precedenti attuata dal regime durante le enormi proteste dello scorso gennaio. Larijani però non fa parte del clero sciita e quindi non sarebbe potuto diventare Guida suprema, incarico che è passato a Mojtaba Khamenei, il figlio di Ali.
La sua uccisione non mette in dubbio la tenuta del regime, che ha una struttura stratificata pensata proprio per sopravvivere alle crisi. È però una grossa perdita, dato che Larijani era un politico esperto come pochi altri in Iran: conservatore e vicino a Khamenei, ma anche pragmatico e capace di dialogare con le diverse correnti interne al regime. Era insomma in grado non solo di prendere decisioni concrete, ma anche di indirizzare la comunicazione e la diplomazia dell’Iran, cose delicate soprattutto durante una guerra.
Fin dall’inizio dell’attuale conflitto, è stato spesso protagonista nei confronti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e ha avuto un ruolo importante nell’elaborazione della strategia di guerra iraniana. “A differenza degli Stati Uniti, l’Iran si è preparato per una guerra lunga”, aveva scritto su X poco dopo lo scoppio delle ostilità. Nonostante fosse uno degli obiettivi principali per i servizi israeliani, aveva partecipato solo la scorsa settimana a una manifestazione pubblica a Teheran in cui ha pronunciato slogan contro Stati Uniti e Israele, sfidando apertamente gli avversari.



