Sentite Tillie Martinussen, politica liberale e ex parlamentare groenlandese
Quando Donald Trump ha iniziato a ventilare l’ipotesi di acquisire la Groenlandia, pochi avevano compreso quanto fosse profonda la distanza non solo geografica, ma culturale e valoriale tra il presidente americano e il popolo groenlandese. La risposta arriva dritta e senza diplomazia da Tillie Martinussen, politica liberale e ex parlamentare groenlandese: una lezione che dovrebbero ascoltare non solo le cancellerie occidentali, ma soprattutto i leader europei che continuano a cercare compromessi con l’amministrazione Trump.
Martinussen demolisce la logica trumpiana con un’argomentazione tanto semplice quanto devastante. Nel DNA dei groenlandesi non esiste la cultura del possesso individuale che caratterizza l’Occidente capitalista. La terra non si possiede: si ottiene il diritto di costruirvi la propria casa, ma il suolo stesso appartiene a tutti. Un concetto che risuona quasi comunista, se non fosse profondamente radicato nelle tradizioni millenarie degli Inuit. E se il terreno non si vende, figurarsi se una nazione intera potrebbe essere acquistata con i dollari.
Il valore di questa dichiarazione supera di gran lunga la semplice risposta a Trump. È una rivendicazione di identità che mette in evidenza l’abisso tra il modello occidentale-americano di capitalismo sfrenato e un sistema di welfare socialdemocratico che la Groenlandia condivide con il resto del Nord Europa. Sanità gratuita, istruzione gratuita, borse di studio durante gli studi: questi diritti non sono in vendita a nessun prezzo.
Ancor più significativo è l’avvertimento storico che Martinussen lancia. Gli Inuit dell’Alaska sanno bene cosa significhi essere soggiogati dal potere americano. I popoli indigeni hanno visto le loro terre espropriate, i loro diritti negati. E oggi, con Trump che circondarsi di figure legate al suprematismo bianco, i groenlandesi non nutriono alcuna illusione su quale potrebbe essere il loro destino. Non sono bianchi, come sottolinea Martinussen con una certa ironia: perché mai avrebbero dovuto fidarsi di Washington?
La dichiarazione sulla Danimarca è ugualmente significativa. Non è un’esaltazione romantica dell’unione, ma un pragmatismo consapevole. La Groenlandia potrebbe aspirare all’indipendenza, ma questa scelta deve provenire dai groenlandesi stessi, non da pressioni esterne di superpotenze. Trump commette un errore strategico enorme sottovalutando il popolo groenlandese come ignorante e poco colto. È vero il contrario: sono ben consapevoli della geopolitica mondiale e comprendono perfettamente gli equilibri che li proteggono.
C’è anche una lezione sottile sulla resilienza nel passaggio finale: aspetterebbero una eventuale invasione americana come si aspetta il brutto tempo, ben sapendo che torneranno alla Danimarca quando Trump sarà passato alla storia. È un’affermazione di fiducia nei valori fondanti dell’Europa occidentale, di cui la Groenlandia si considera parte integrante.
Il paradosso finale è affascinante: mentre Trump vede la Groenlandia come un asset strategico da conquistare, i groenlandesi la vedono come una comunità integrata in un progetto europeo di welfare e democrazia. Non è una questione di denaro o di potenza militare. È una questione di visione del mondo. E su questo fronte, Trump non ha alcuna possibilità di vittoria.




