Iran e Venezuela. La strategia USA
Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno portato avanti azioni militari su larga scala contro il Venezuela, che hanno incluso bombardamenti in varie zone del paese caraibico e la cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi, scatenando una forte condanna internazionale e accuse di violazione della sovranità nazionale da parte di più Paesi. Parallelamente, in Iran si sono intensificate vaste proteste popolari contro il governo, con una risposta repressiva da parte delle autorità e un crescente coinvolgimento di Washington che ha espresso sostegno ai manifestanti imponendo tariffe e pressioni economiche come forma di pressione sul regime di Teheran.
Alcuni analisti e fonti iraniane vedono nella mossa contro Caracas non solo un tentativo di ridurre l’influenza venezuelana nella regione, ma anche un segnale diretto a Teheran, dato che Venezuela e Iran mantengono relazioni strategiche e condividono opposizione alla politica estera USA; ciò ha alimentato timori a Teheran che gli Stati Uniti possano cercare di replicare tattiche simili qualora la situazione interna dovesse degenerare, consolidando l’idea di un approccio statunitense volto a contenere o destabilizzare governi ritenuti ostili agli interessi di Washington.
Forse non è un caso che l’attacco al Venezuela ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sia arrivato nel giorno del sesto anniversario del raid Usa contro Qassem Soleimani, una delle figure più potenti dell’Iran. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio del 2020, il comandante dell’unità d’elite dei Guardiani della Rivoluzione iraniana venne ucciso in Iraq con un’operazione che segnò una drammatica escalation delle tensioni in Medio Oriente. Soleimani era considerato l’architetto della politica di influenza di Teheran in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Il raid è considerato ancora oggi uno dei successi militari più importanti raggiunti da Trump durante il suo primo mandato. Nell’attacco, condotto vicino all’aeroporto di Baghdad, morì, tra gli altri, anche Abu Mahdi al-Mihandis, vicecomandante delle milizie sciite irachene filoiraniane. L’episodio alzò il rischio di uno scontro aperto Usa-Iran, e provocò la reazione indignata di Mosca, ma poi la situazione si raffreddò, lasciando negli anni uno stato di incertezza, fino all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 che innescò la catena di reazioni che portò al fortissimo ridimensionamento dell’influenza dell’Iran nella Regione.
Così come non può essere un caso che la Repubblica islamica dell’Iran stia vivendo proprio in questi giorni nuove accese proteste anti-governative scatenate dal crollo della valuta locale (il rial), dall’inflazione che ne è scaturita, e dall’altissimo costo della vita. Il Paese è nella morsa delle sanzioni internazionali scaturite dal fallimento dell’accordo sul nucleare (Jcpoa) voluto da Obama nel 2015 e divenuto carta straccia nel 2018 per volere proprio di Donald Trump allora al suo primo mandato da presidente. Ora che l’attacco Usa in Venezuela sembra fatto apposta per silenziare o minacciare l’Iran. Del resto i due Paesi, ai due estremi opposti del pianeta, sono tra i maggiori detentori di greggio al mondo. Secondo l’Opec, il Venezuela detiene quasi un quinto delle riserve di greggio, stimate in circa 303 miliardi di barili, mentre l’Iran è a 209 miliardi. Gli Stati Uniti restano nell’ordine di 70-80 miliardi vicini alla Russia (Arabia Saudita a 267 miliardi, Iraq a 145). Inoltre, il paese patria del chavismo dispone di 195 Tcf di riserve di gas naturale, oltre il 70% dell’intero Sudamerica.
Intanto in Iran, secondo i media, sono già 10 i dimostranti uccisi durante le manifestazioni contro il carovita, tra le vittime ci sarebbe anche un 15enne e un militare basij accoltellato a morte nella città di Harsin nell’Iran occidentale. Ieri il presidente americano aveva lanciato un chiaro monito: “Gli Usa sono pronti a intervenire se il regime spara sui manifestanti”. Per Khamenei “le proteste al Bazar contro i problemi economici sono giuste, ma il fatto che alcuni, provocati da mercenari nemici, abbiano gridato slogan contro l’Islam e la Repubblica Islamica è grave e devono essere rimessi al loro posto”. Tornando al Venezuela, il ministero degli Affari Esteri della Repubblica Islamica d’Iran ha condannato fermamente l’attacco militare statunitense al Venezuela e la “grave violazione della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale del Paese” e invita tutti i governi a “porre immediatamente fine all’aggressione illegale degli Stati Uniti”. L’attacco, inoltre, costituisce “una chiara violazione dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e delle norme fondamentali del diritto internazionale”, ed è un perfetto esempio di “atto di aggressione” che deve essere “immediatamente e inequivocabilmente condannato dalle Nazioni Unite e da tutti i governi interessati allo stato di diritto, alla pace e alla sicurezza internazionale”, secondo il ministero.



