Si riaccendono le tensioni nel Corno d’Africa
A poco più di tre anni dalla firma dell’accordo di Pretoria, che avrebbe dovuto porre fine alla guerra in Tigrai, l’Etiopia si ritrova nuovamente sull’orlo di un’escalation, con la fragile stabilità del Corno d’Africa minacciata sia da tensioni interne che dal deterioramento dei rapporti tra Addis Abeba e Asmara.
La prospettiva di un nuovo conflitto tra Etiopia ed Eritrea è dunque tornata a essere una possibilità concreta, infatti, nonostante nel 2020 l’Eritrea era stata una delle principali alleate del governo etiope nella guerra contro il Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf), oggi quello stesso asse sembra essersi incrinato.
Già tra il 2020 e il 2022 l’Etiopia fu teatro di un conflitto sanguinoso, stimato in circa 600mila morti, tra il governo federale e le forze della regione del Tigrai. Tuttavia, come sottolineano alcuni analisti, l’accordo di Pretoria, che pose fine alle ostilità, non è mai stato definitivamente implementato, fungendo essenzialmente solo da tregua.
Come si può riscontrare, circa un terzo del Tigrai è ancora sotto il controllo delle forze eritree e della regione dell’Amhara, impedendo il ritorno di oltre 1,2 milioni di sfollati, il che chiaramente frena la possibilità di una vera riconciliazione, e anzi nelle ultime settimane ha portato a un nuovo aumento delle tensioni, con il Tplf che ha accusato il governo federale di aver violato apertamente gli accordi con attacchi tramite droni, e l’esplosione nella regione di Afar degli scontri tra forze tigrine e milizie composte da ex membri del Tplf ora appoggiati da Addis Abeba.
Ma cos’è cambiato in così pochi anni?
Nel 2020 l’Eritrea aveva appoggiato il governo etiope contro il Tigrai, consolidando questa un’alleanza funzionale e storicamente motivata da vecchi contrasti con la leadership tigrina: oggi invece, le relazioni tra Addis Abeba e Asmara si sono deteriorate, e la riconciliazione tra il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il Tplf ha trasformato l’Eritrea da alleata a possibile avversario, soprattutto per questioni territoriali e strategiche.
Il punto più delicato di questa “rivalità” riguarda il porto eritreo di Assab, distante solo 64 chilometri dal confine etiope. Infatti l’Etiopia è uno dei paesi più popolosi del mondo, contando oggi circa 130 milioni di abitanti, e con una proiezione di 200 milioni entro 25 anni. Eppure è priva di sbocchi sul mare, il che è cruciale.
Abiy Ahmed ha più volte fatto intendere che l’accesso al mare non è una semplice opzione strategica, ma una necessità storica, insistendo in una retorica che parla di questo come un “destino” di affaccio sul Mar Rosso. Queste dichiarazioni sono state rafforzate anche da quelle del capo delle forze armate etiopi, che ha affermato pubblicamente che “due milioni di persone non possono ostacolare il nostro destino”, riferendosi alla popolazione eritrea, e ad Asmara, chiaramente, questo viene percepito come una minaccia.
Ad ogni modo, nonostante sia l’Etiopia che l’Eritrea dispongano di risorse militari e volontà politica, ci sono forti limitazioni alla possibilità di un scontro, perché da un lato l’Etiopia, pur avendo grandi capacità militari, rischierebbe di innescare insurrezioni interne e destabilizzare ulteriormente il paese, mentre dall’altro l’Eritrea, già fortemente militarizzata, si regge su un fragile equilibrio sociale che una guerra prolungata potrebbe far crollare.
Inoltre la guerra in Sudan introduce una variabile regionale, poiché tigrini ed eritrei sono alleati dell’esercito sudanese, e un conflitto tra Etiopia ed Eritrea potrebbe quindi estendersi rapidamente e trascinare nel caos tutto il Corno d’Africa.
Certo è che, mentre i leader calcolano costi e benefici geopolitici, la popolazione civile paga – come sempre – il prezzo più alto, infatti i flussi migratori dimostrano che per molti abitanti la pace è percepita come fragile e la sicurezza inesistente, tant’è che nel 2024 446mila persone hanno lasciato la regione del Corno d’Africa passando per lo Yemen e l’Arabia, e di queste il 96% erano etiopi e tigrini.
Il Corno d’Africa oggi è una polveriera geopolitica: la regione del Tigrai che rimane un territorio conteso, l’Etiopia che cerca sbocchi strategici sul mare a danno dell’Eritrea e la guerra in Sudan incorniciano una situazione in cui ogni errore è potenzialmente esplosivo, con effetti economici, umanitari e politici pronti eventualmente a spingersi ben oltre i confini di Addis Abeba e Asmara.




