In Myanmar si coltiva più oppio che speranza
Il sorpasso è avvenuto quasi in silenzio, ma i numeri lo rendono inequivocabile. Nel 2025 il Myanmar è diventato il primo produttore mondiale di oppio, superando l’Afghanistan, storicamente al vertice di questa economia illegale. A certificarlo è l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, che lega l’espansione dei campi di papavero alla combinazione esplosiva di conflitto armato, collasso economico e assenza di alternative di reddito dopo il golpe militare del 2021.
Nel documento “Myanmar Opium Survey 2025 Cultivation, Production, and Implications”, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) descrive lo scenario birmano della produzione di oppio come una vera e propria “coltura della sopravvivenza”. Dunque non una scelta criminale in senso stretto, ma una risposta estrema alla povertà e all’insicurezza che attraversano vaste aree del Paese. Secondo Delphine Schantz, responsabile regionale dell’UNODC, la crescita delle coltivazioni mostra quanto rapidamente l’economia dell’oppio si sia ricostituita, e quanto spazio abbia ancora per espandersi viste le proccupanti condizioni in cui versa il Paese asiatico.
Il legame tra guerra e papaveri emerge con chiarezza se si analizza la distribuzione geografica delle coltivazioni. Non è un caso infatti che la regione di Sagaing, uno degli epicentri degli scontri tra esercito e opposizioni armate, ospiti centinaia di ettari di campi di papavero. Seguono East Shan, dove la coltivazione è cresciuta di oltre un terzo, Chin, e South Shan, con quasi la metà delle superfici coltivate, e così l’equazione è presto risolta: dove lo Stato arretra e la violenza cresce, l’oppio diventa una delle poche fonti di reddito stabile.
Il sorpasso del Myanmar in questa classifica però non è dato solo da fattori locali, infatti il cambio di leadership globale, superando l’Afghanistan, è il risultato della combinazione di più fattori. A Kabul il regime talebano ha imposto un divieto che ha quasi azzerato la produzione di oppio, con un crollo stimato intorno al 95%. In Myanmar, invece, la produzione totale per il 2025 è valutata intorno alle 1.010 tonnellate, realizzando così un’inversione che ridisegna anche gli equilibri delle rotte internazionali dell’eroina.
I numeri dell’economia degli oppiacei ci aiutano a fornire la misura del fenomeno.
Il consumo interno di eroina in Myanmar è stimato in circa 5,8 tonnellate, per un valore di 64 milioni di dollari, anche se la cifra andrebbe contestualizzata meglio rispetto alla situazione economica e al potere d’acquisto locale; infatti è l’export a pesare davvero ed essere maggiormente d’aiuto nell’esemplificare il dramma: tra 65 e 116 tonnellate di eroina provenienti dal Myanmar potrebbero essere state destinate ai mercati esteri, con introiti che oscillano tra 525 e 935 milioni di dollari. Complessivamente, il valore lordo dell’intero sistema tra consumo interno ed esportazioni potrebbe arrivare dunque fino a circa un miliardo di dollari, pari a più dell’1% del PIL nazionale.
A monte della filiera ci sono gli agricoltori, che, inveitabilmente – per via di quella “coltura della sopravvivenza” di cui parla Schantz – trovano nell’oppio una materia senza pari in termini di guadagno. Infatti nel 2025 il prezzo dell’oppio secco alla produzione ha raggiunto in media i 365 dollari al chilogrammo, più del doppio rispetto a pochi anni fa, e, secondo le stime ONU, i coltivatori avrebbero incassato tra i 300 e i 487 milioni di dollari. È dunque questo aumento dei prezzi, insieme alla distruzione dell’economia legale e all’insicurezza diffusa, a rendere il papavero una scelta quasi obbligata per molte famiglie rurali.
Il rapporto ONU avverte però – come se non bastasse – che l’oppio non è l’unica droga prodotta nel Paese, poiché metanfetamina e ketamina continuano a circolare, rafforzando un’economia illegale sempre più diversificata e spaventosa, viste le capacità di export sopra certificate.
Tuttavia è il papavero a restare il simbolo di una crisi strutturale, poiché, senza alternative economiche credibili, la dipendenza dalle coltivazioni illecite rischia di consolidarsi ulteriormente, come riscontrato dalle stesse Nazioni Unite: “se non vengono create alternative valide”, ha avvertito Schantz, “il ciclo di povertà e dipendenza non farà che aggravarsi”.
Così, nel Myanmar del dopo-golpe, l’oppio rappresenta il paradossale emblema di un Paese dilaniato sia socialmente che economicamente, e il dilemma etico che nessuno sa come affrontare, lasciando che la sopravvivenza passi sempre più spesso per l’economia della droga.




