Usa-Venezuela: le ambizioni e gli errori di Trump
Sono mesi che l’amministrazione Trump si ostina a fare pressione militare sul Venezuela, a colpi di minacce pubbliche nei confronti di Maduro. Tutto è iniziato a settembre, con i primi attacchi degli Usa nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico. Il target? Navi accusate di trasportare droga. Il metodo? Il lancio di missili e la morte di diverse persone.
Donald Trump sta già elaborando, affiancato da Stephen Miller e Marco Rubio, un piano per il “post-Maduro”.
Trump contro Maduro
L’obiettivo di Trump è un’uscita di scena negoziata od obbligata (magari con altri raid aerei) del presidente venezuelano Maduro. Raid e forze navali sono già stati adoperati dagli Usa, andando a costituire il più grande contingente militare attualmente dispiegato, spiega l’ISPI. La giustificazione è quella della guerra al narcotraffico (o narcoterrorismo, per usare la terminologia impiegata da Trump).
Ma è veramente solo la droga il problema di Trump? Sicuramente no, perché anche la questione migratoria scotta, idem quella dei diritti democratici, violati dal regime venezuelano. Oltretutto esiste l’ipotesi che quello degli Usa sia un modus operandi in fase di sperimentazione, magari da applicare in futuro anche verso altri paesi (come il Messico o la Colombia).
Fatto sta che i limiti imposti dal diritto internazionale sono probabilmente già stati sforati: non si possono applicare gli strumenti bellici a un fenomeno come il narcotraffico, perché questo non equivale a un attacco armato agli Usa.
E per essere ancora più precisi, il fentanyl non passa dal Venezuela.
“Maduro ha i giorni contati”, ma gli Usa si dividono
Nella sua ultima intervista, Trump ha dichiarato che il presidente venezuelano “ha i giorni contati”. A Washington però il dibattito è acceso, non vi è una visione unitaria sulla questione, bensì molte opinioni contrastanti. Ma Trump sembra deciso a fare comunque di testa sua: vuole il “regime change”, a costo dell’invio di truppe di terra, un’ipotesi improbabile ma non del tutto esclusa.
Anche l’opposizione venezuelana sta pensando al “dopo Maduro”, sotto la guida di Machado e González. In particolare, è stato formulato un piano di “100 ore” e uno di “100 giorni” dalla caduta del presidente: piani che sono stati condivisi con Trump, il quale è favorevole a una presidenza guidata da González (che fra l’altro ha conquistato la maggioranza dei voti alle elezioni dello scorso anno, boicottate da Maduro).
Eppure la possibilità di una soluzione diplomatica esiste ancora, come dimostrato dalla telefonata tra i due presidenti della settimana scorsa, dopo la quale però Trump ha dichiarato chiuso lo spazio aereo venezuelano. Un ultimatum che riconferma il mancato interesse del presidente Usa a negoziare per troppo tempo.
I piani in fase di elaborazione hanno lo scopo di definire il sostegno economico e di sicurezza che gli Usa metteranno a disposizione dopo il cambio di regime, che darebbe vita a un vuoto di potere pericoloso. Come pericoloso è il numero di omicidi causato dalle navi di Trump, che sicuramente non fa bene alla credibilità dell’amministrazione, da cui molti repubblicani si stanno già allontanando.



