Al Sudani riconfermato, ma il vero test comincia adesso
Le bandiere, i clacson, i cori per le strade. Mercoledì sera, nel cuore di Baghdad, piazza Tahrir è tornata a riempirsi per celebrare la rinnovata vittoria elettorale del primo ministro uscente Mohammed Shia al Sudani.
Una festa, sì, ma con molti asterischi, perché se è vero che la sua coalizione, di natura sciita, Ricostruzione e cambiamento, è risultata la più votata in otto province su diciotto, è altrettanto vero che nessuno ha ottenuto la maggioranza per governare da solo.
Infatti, in uno stallo che fa quasi rimpiangere il Rosatellum, in Iraq da anni il risultato delle urne è solo l’inizio: il vero banco di prova è la trattativa che viene dopo, un interminabile negoziato tra blocchi politici, gruppi religiosi e potenze straniere che puntellano equilibri fragilissimi.
Le elezioni di martedì 11 novembre innovavano i 329 seggi del parlamento unicamerale iracheno, e, ancora una volta, la mappa del voto conferma un quadro che, per quanto banale e scontato, da tempo sembra quasi immobile e inamovibile, costringendo così la governabilità in una morsa durissima: sciiti nelle aree sciite, sunniti in quelle sunnite e curdi nelle regioni autonome del Nord.
Si tratta di una geografia politica che coincide con quella religiosa ed etnica, e che spiega perché, anche questa volta, il parlamento sarà un mosaico senza un tassello dominante.
La sorpresa maggiore di questa tornata elettorale tuttavia arriva dall’affluenza: ufficialmente si è recato alle urne il 56% dei 21 milioni di aventi diritto che avevano i documenti in regola. Una percentuale superiore alle previsioni ma viziata da un dato importante, infatti 11 milioni di cittadini, pur potendo votare, non hanno richiesto i documenti necessari per farlo.
Nell’andamento generale, considerando le province dove è forte il movimento sadrista, il partito dell’influente leader sciita Muqtada al Sadr, il calo è stato particolarmente evidente. Il movimento ha infatti boicottato la consultazione, dopo aver ritirato i propri parlamentari nel 2021 e aver rinunciato anche stavolta a partecipare.
La politica irachena continua infatti a muoversi dentro una cornice che va ben oltre i confini nazionali. L’Iran, che sostiene da anni potenti milizie sciite tra cui Kataib Hezbollah, considerata terroristica dagli Stati Uniti, resta un attore decisivo per i “vicini di casa”. Alcune di queste milizie si sono infatti presentate alle elezioni con proprie liste, ottenendo piccoli ma significativi insediamenti, approfittando per l’appunto anche della debolezza casalinga del movimento.
Dall’altra parte del tavolo ci sono gli Stati Uniti, che restano presenti nel paese e che da tempo spingono per la dissoluzione delle milizie filoiraniane: una richiesta che, se applicata, rischierebbe di destabilizzare la sicurezza interna e innescare tensioni incontrollabili.
In questo mare burrascoso, Al Sudani si è mosso negli ultimi anni come un mediatore prudente, cercando un equilibrio tra le due grandi influenze, promettendo aperture agli Stati Uniti e, allo stesso tempo, evitando scontri diretti con i gruppi sostenuti da Teheran.
Il simbolo scelto da al Sudani per la sua coalizione, la gru da cantiere, richiama l’idea di un Iraq in ricostruzione, che nelle infrastrutture vede uno dei pochi settori in cui qualcosa si è mosso, con strade, ponti ed edifici pubblici che negli ultimi anni hanno cominciato a cambiare il volto delle città.
Eppure la posizione dell’ex primo ministro, oggi, è tutt’altro che solida. Ricostruzione e cambiamento fanno parte del più ampio Quadro di coordinamento sciita, un’alleanza che riunisce i principali partiti sciiti del paese, anche se è proprio all’interno di questa coalizione (teoricamente la sua casa politica) che si registrano le resistenze più forti alla sua riconferma.
In Iraq, l’incarico di primo ministro spetta tradizionalmente allo schieramento sciita, mentre la presidenza della Repubblica va ai curdi e la presidenza del parlamento ai sunniti. Ma ciò non significa che i nomi siano scontati. Anzi, l’esperienza recente racconta il contrario, tanto che nel 2021 ci volle oltre un anno per formare un governo, tra proteste, ricorsi e trattative estenuanti.
Il giorno dopo le urne, davanti ai primi risultati, al Sudani ha parlato di una “volontà popolare chiara”, anche se tale chiarezza sembra essere piuttosto relativa, poiché gli elettori hanno sicuramente indicato una direzione, ma non un vincitore definitivo.
Da qui in avanti, tutto dipenderà dalla capacità delle forze in campo di trovare un compromesso che regga, un equilibrio tra comunità, partiti, potenze straniere e interessi locali.
In Iraq, dopotutto, formare un governo non è mai solo una questione di numeri. Così, la vittoria di al Sudani, per quanto significativa, rappresenta solo il primo passo in un percorso che potrebbe rivelarsi molto più tortuoso di quanto le celebrazioni in piazza lascerebbero immaginare.




