Ankara e Tel-Aviv ai ferri corti
La Turchia e Israele sono ai ferri corti. Di nuovo. Dopo che lo scorso dicembre i gruppi jihadisti filo-turchi hanno conquistato Damasco si è riaperta la partita che vede opposti Ankara e Tel-Aviv. Lo scontro si riaccende tra chi si aggiudicherà la guida della regione.
Da un lato Benjamin Netanyahu, Primo ministro israeliano, che oltre al fronte di occupazione a Gaza, bombarda incessantemente la Siria per scoraggiare Ankara dal compiere la prossima mossa. Dall’altro un Erdoğan che non retrocede e continua a dare del filo da torcere a Israele. In particolare lo scorso novembre il procuratore capo di Instanbul ha emanato un mandato di cattura per il capo del Knesset, definendo la sua azione “genocida”.
A colpi di nemici strumentalizzati verso la controparte, Israele e Turchia non smettono di duellare. Netanyahu che ripiega sulla Grecia, proponendosi di modernizzare le Forze armate greche, tramite la dotazione di sistemi di difesa aerea e antidrone all’avanguardia (Spyder, Barak Mx, Fionda di Davide, valore complessivo di tre miliardi di dollari) e di altra artiglieria. Sempre più frequenti sono le esercitazioni congiunte tra Israele, Grecia e Repubblica Greca di Cipro Sud.
Ankara che rafforza la cooperazione con l’Iran e coordina una posizione comune contro Tel-Aviv, il che rende Netanyahu più isolato, aumentando la percezione di minaccia strategica ed esistenziale. La Turchia, infatti, non può contare su un quieto vivere finché esisterà lo Stato ebraico. E lo stesso sembra palesarsi da parte israeliana. Un gioco a somma zero in cui la coesistenza è impossibile e la guerra inevitabile. Fosse per Netanyahu, la partita sarebbe già in atto. Ma per Erdoğan la posta è un’altra.
Una partita che si gioca a Washington
Tra i due litiganti il terzo è Washington di cui sia Turchia e Israele cercano il beneplacito. Washington ha dimostrato di poter garantire solo ad uno dei due il suo favore. Per il momento Erdoğan sembra in vantaggio. In primo luogo perché Trump apprezza chi parla un linguaggio di forza, ma che sia anche ragionevole. E Netanyahu non lo è. Il Tycoon gli ha impedito di combattere l’Iran e di concludere la guerra a Gaza. Mentre ha accolto il veto di Erdoğan sulla sua partecipazione al vertice di Sharm el-Sheikh.
In secondo luogo perché gli interessi di Trump e l’appoggio di Erdoğan coincidono. Le attenzioni che Trump riserva ad Ankara comunicano che la pazienza americana sta per esaurirsi. Non è indispensabile nessuno, soprattutto chi mette i bastoni tra le ruote a Washington. Ad una disamina più attenta la preferenza americana che pende per la Turchia comunica: “Netanyahu non sei utile”. La Turchia dunque potrebbe estromettere Israele e intestarsi la guida dell’ordine regionale con il benestare degli Stati Uniti. A patto che si verifichino alcune non semplici condizioni.
La prima è che Netanyahu esca di scena con la sua politica aggressiva e il suo approccio militare. La seconda è che il successivo governo israeliano accetti la sconfitta strategica e dunque l’isolamento. La terza prevede il ritiro da Siria e Gaza, con la Turchia che guidi la ricostruzione della Striscia. E infine la definitiva nascita di uno Stato palestinese.




