Ahmed Al Sharaa in visita alla Casa Bianca
Il presidente siriano Ahmed Al Sharaa (conosciuto anche come Al Jolani), fino a poco tempo fa nella lista nera dei terroristi, ha avuto un incontro a porte chiuse con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un avvenimento che solo un anno fa sarebbe stato difficile da credere, considerata la passata militanza del leader siriano in Al Qaeda. La visita di lunedì segna non solo il culmine dell’ascesa politica del 43enne, ma anche la sua trasformazione dopo il rovesciamento di Assad e la presa del potere in Siria. La visita è storica anche per un secondo motivo: Donald Trump ha accolto alla Casa Bianca Ahmed Al Sharaa, ed è la prima visita ufficiale di un capo di stato siriano a Washington da quando la nazione ha ottenuto l’indipendenza nel 1946.
La visita si è concentrata sui progressi verso l’adesione formale di Damasco alla Coalizione globale contro lo Stato Islamico, sulla sospensioni delle sanzioni USA per i prossimi sei mesi e su una nuova cooperazione con le forze armate statunitensi. L’evento ha anche un significato simbolico rilevante, indicando un notevole cambiamento nella politica tra Stati Uniti e Siria, dopo anni di sanzioni internazionali e isolamento diplomatico. Jolani, da presidente della Siria, si impegna a prendere parte alla coalizione guidata dagli Stati Uniti che combatte lo Stato Islamico. Una mossa diplomatica che punta a fargli guadagnare legittimazione in Occidente, con la speranza – appunto – di rimuovere le sanzioni che ancora gravano sulla Siria, e attirare fondi per la lunga ricostruzione del Paese, dopo 14 anni di guerra civile.
Ahmed Hussein al-Sharaa (nato nel 1982 a Riyadh) è l’attuale presidente ad interim della Siria dal gennaio 2025. Proveniente da una famiglia borghese, ha avuto un passato di militanza islamista durante la guerra in Iraq e successivamente nella guerra civile siriana. È stato tra i fondatori del gruppo ribelle Jabhat al-Nusra, poi evoluto in Hayat Tahrir al-Sham (HTS), formazione che ha controllato la provincia di Idlib per diversi anni. Nel dicembre 2024 ha guidato la coalizione ribelle che ha rovesciato Bashar al-Assad, assumendo la guida del paese. Da allora ha annunciato la volontà di avviare un governo istituzionale e inclusivo, con impegni di protezione verso le minoranze religiose. La sua leadership, tuttavia, resta controversa per i precedenti legami con gruppi jihadisti.
Israele, dall’altro lato, guarda tutto con particolare attenzione e sospetto. Trump lo sa, ma sa anche la nuova Siria può diventare un tassello fondamentale del suo mosaico mediorientale. Il presidente Usa ha scommesso da tempo sulla normalizzazione dei rapporti tra Paesi arabi e Stato ebraico. E il fatto che proprio la Siria, formalmente ancora in guerra con Israele, possa iniziare un dialogo con il suo vicino meridionale, può diventare il simbolo dell’agenda di Donald, che vede in questo nuovo corso siriano tre aspetti.
Il primo è quello di portare il Paese sotto l’ombrello USA, al punto che la stessa Siria entra a far parte della Coalizione anti-Isis a guida americana. Il secondo aspetto è quello di garantire gli interessi israeliani, visto che il premier Benjamin Netanyahu ha sempre mostrato poca fiducia nei riguardi di Sharaa e non ha lesinato bombardamenti per evitare che l’arsenale appartenente all’esercito di Assad finisse nelle mani degli ex ribelli. Infine, il terzo aspetto fondamentale per il presidente degli Stati Uniti è quello di vedere ridurre ancora di più il potere dell’Iran, che resta, anche se nell’ombra, il grande rivale di Bibi e The Donald. Proprio Teheran continua a essere al centro delle attenzioni dell’intelligence araba, israeliana e statunitense. In questi giorni, a destare di nuovo l’allarme sono state le fonti del New York Times e gli esperti sentiti dal quotidiano Usa.




