Paesi Bassi, Jetten frena Wilders ma l’Olanda resta spaccata in due
Le elezioni nei Paesi Bassi del 29 ottobre 2025 hanno restituito un quadro meno netto di quanto le cifre possano suggerire. I liberal-progressisti di D66, guidati da Rob Jetten, si affermano come prima forza con 27 seggi, davanti al Partito per la Libertà (PVV) di Geert Wilders, fermo a 26. Ma dietro la vittoria dei pro-europei si cela un Paese ancora diviso, dove la frattura tra centro urbano e periferia, tra apertura e paura, rimane profonda. Jetten ha condotto una campagna ordinata, dal tono sobrio e modernista. Ha promesso una “Olanda aperta, stabile e europea”, scegliendo la via del pragmatismo contro la retorica incendiaria di Wilders. Il messaggio ha funzionato nelle città e tra i ceti istruiti, dove la paura di un nuovo governo di destra radicale ha spinto molti indecisi verso il voto utile. Ma D66 non ha conquistato il cuore del Paese reale, quello che si sente trascurato da Bruxelles e strangolato dal costo della vita. Wilders, nonostante la sconfitta, rimane il catalizzatore del malcontento sociale. Il suo calo – dagli exploit del 2023 ai 26 seggi attuali – non cancella un dato: una fetta consistente dell’elettorato olandese continua a condividere le sue preoccupazioni su immigrazione, sicurezza e identità. La sua parabola dimostra più i limiti della politica dell’urlo che la fine del sovranismo. Eppure, la sua difficoltà nel costruire alleanze lo relega, per ora, a un ruolo marginale nel gioco del potere. Sul fronte europeo, il risultato olandese offre una tregua ai partiti centristi, ma non un sospiro di sollievo duraturo. L’avanzata dei liberali è più un voto di contenimento che di entusiasmo. L’Europa resta un tema divisivo, e persino Jetten, pur convinto europeista, dovrà misurarsi con un elettorato che chiede regole più chiare sull’immigrazione e più autonomia nelle politiche economiche. Il prossimo governo nascerà da negoziati complessi. Probabile una coalizione tra D66, i liberali della VVD e i cristiano-democratici del CDA, ma serviranno compromessi profondi per evitare una paralisi. Alla fine, le elezioni olandesi non raccontano solo la vittoria di un partito, ma il ritorno di una domanda di equilibrio: meno urla, ma anche più risposte. L’Olanda ha respinto gli eccessi di Wilders, ma non ha chiuso il suo dibattito identitario. In un’Europa tesa tra apertura e protezione, questa è forse la vera lezione del voto: non esistono vincitori assoluti, solo Paesi in cerca di un nuovo centro di gravità.




