Il gas dell’Asia Centrale che riscrive gli equilibri regionali: l’asse energetico tra Uzbekistan e Afghanistan
Nelle ultime settimane è partito un progetto che potrebbe ridisegnare i confini energetici dell’Asia Centrale, con ripercussioni anche per l’Europa: si tratta dello sviluppo del giacimento di gas di Tuti‑Maidan, nelle province di Jowzjan e Faryab, nel nord dell’Afghanistan, affidato a una joint venture con imprese uzbeke come Eriell‑KAM e Railcom insieme alla KAM Group ‒ un contratto venticinquennale avviato ufficialmente il 14 settembre 2025. Le riserve stimate sono molto rilevanti: si parla di circa 3 trilioni di metri cubi di gas naturale, situati in un’area vasta, con già decine di pozzi esplorativi attivi. Nei primi due anni, il gas estratto servirà in parte per sviluppare una centrale termica da 100 MW entro l’Afghanistan, contribuendo a ridurre importazioni energetiche e uscite di valuta estera. Quel che rende il progetto davvero strategico non è solo l’entità delle risorse, ma il contesto in cui s’inserisce. L’Afghanistan, ancora largamente dipendente da energia importata, vede in questa iniziativa un segnale politico forte: apertura all’investimento esterno, stabilizzazione economica, creazione di posti di lavoro. Per l’Uzbekistan, che pure sta attraversando momenti di debolezza produttiva interna e crescente bisogno di importazioni (anche dalla Russia o via Turchia) per coprire il fabbisogno energetico domestico, il progetto offre non solo la possibilità di esportare know‑how e tecnologie, ma anche di assicurarsi una risorsa stabile a lungo termine. Nel panorama globale, questo accordo merita attenzione per varie ragioni. Prima: testimonia che, nonostante gli scenari instabili e le tensioni geopolitiche – Afghanistan sotto il governo talebano, pressioni internazionali – si possono costruire partenariati energetici seri, basati su logica economica e interesse reciproco. Second: rafforza il ruolo dell’Asia Centrale come regione chiave nella transizione energetica globale, non tanto per gas “verde” ma come zona di produzione dove energia fossile, pur criticata, continua a rispondere a domanda concreta, interna ed esterna. Terzo: se l’Afghanistan riuscisse a stabilizzare infrastrutture, regole e sicurezza, questo progetto potrebbe diventare un corridoio che collega risorse interne verso il mercato regionale – e forse oltre – alleggerendo la dipendenza energetica europea da fornitori tradizionali come la Russia o il Nord Africa. L’Europa, da parte sua, ha un interesse duplice. Da un lato, la diversificazione delle fonti di gas è diventata emergenziale dopo la crisi del dopo‑2022. Qualunque contributo stabile di fornitori più lontani – anche se richiede infrastrutture, trasporto, accordi transitivi – può aiutare a ridurre rischi. Dall’altro lato, questo tipo di iniziative mette sotto i riflettori le sfide globali della governance dell’energia: sostenibilità ambientale, trasparenza, sicurezza, condizioni sociali, e il rischio che le risorse energetiche diventino terreno di conflitto o instabilità. In definitiva, il progetto Tuti‑Maidan è un tassello che va osservato con attenzione: non è solo un accordo bilaterale fra Uzbekistan e Afghanistan, ma un possibile pivot per riequilibrare alcuni asset energetici in Asia Centrale e oltre. Sarà importante vedere come si svilupperà la sua realizzazione pratica – le infrastrutture, la sicurezza legale e territoriale, l’impatto ambientale – da oggi ai prossimi anni.




