Pace a Gaza, il mondo esulta. Ma la storia insegna prudenza
E pace fu a Gaza. La notizia è un colpo al cuore, un evento che riapre una finestra diplomatica che probabilmente si era chiusa con gli Accordi di Oslo. Ad annunciarlo in un post su Truth è sempre lui, il presidente statunitense, Donald Trump, che spera ancora nel premio Nobel per la Pace e che solo nell’ultima ora ha ricevuto milioni di ringraziamenti da Gaza.
“Sono molto orgoglioso di annunciare che Israele e Hamas hanno entrambi firmato la prima fase del nostro piano di pace. Ciò significa che tutti gli ostaggi saranno rilasciati molto presto e Israele ritirerà le sue truppe secondo una linea concordata, come primo passo verso una pace forte e duratura. È una giornata storica” queste le parole esatte usate per tratteggiare un momento così importante.
La comunicazione di un primo piano di pace/cessate il fuoco è arrivata nella notte tra l’8 e il 9 ottobre, a pochi giorni dall’anniversario della riapertura del conflitto, il 7 ottobre 2023. La firma è prevista alle 11 (ora italiana) in Egitto, luogo dove Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia, hanno mediato l’intesa.
In cosa consiste l’accordo
L’accordo – ancora per ora – non riguarderebbe una risoluzione definitiva del conflitto, ma solo un primo segnale di distensione tra le due parti. Alla base dell’accordo ci sarebbe la volontà di interrompere le ostilità per permettere il rilascio di ostaggi vivi entro il weekend, probabilmente previsto per sabato.
Hamas rilascerà 20 ostaggi israeliani di cui ha dato prove alle autorità israeliane che siano ancora vivi. In cambio Israele libererà circa 1700 palestinesi detenuti per ergastolo e altri prigionieri di guerra. La tregua, però, terrà fuori dai termini di rilascio, Marwan Barghouti e Ahmed Saadat, rispettivamente ex leader di Fatah e della seconda intifada e il segretario generale del Fronte Popolare. Su di loro la trattativa è ancora lunga.
Congiuntamente con il rilascio, Israele procederà anche con il ritiro parziale dell’Idf dalla Striscia di Gaza, tranne che da Rafah che rimarrà ancora sotto il controllo di Tel-Aviv. Ancora da definirsi, tuttavia, i contorni esatti del ritiro e come verrà gestito il controllo delle aree rimaste sotto intervento israeliano.
Reazioni dei due schieramenti
Hamas ha dichiarato di aver negoziato in modo “responsabile e serio” e ha chiesto alle parti garanti, USA, Egitto, Qatar, Turchia, di assicurare che Israele rispetti i termini stabiliti. All’interno della Striscia l’entusiasmo è fortissimo: i festeggiamenti per la tregua sono vissuti come una vittoria parziale per la sofferenza del popolo palestinese.
A Tel-Aviv il clima è un pò differente. Che l’estrema destra non avrebbe fatto sconti a Benjamin Netanyahu era prevedibile. Il governo ha infatti criticato l’accordo fino ad ora raggiunto poiché troppo debole nei confronti di Hamas. L’opposizione più evidente è alla possibilità di una forza internazionale di stabilizzazione nel territorio.
La tensione tra i due schieramenti rimane dunque alta: uno dei problemi di questo conflitto è la mancanza di fiducia nei confronti dell’altra parte. L’Idf ha fatto sapere che si atterrà ai comandi del governo, dicendosi pronta a qualsiasi scenario, Hamas è stato chiaro sui presupposti della pace a Gaza, così in ordine: il ritiro dell’IDF, l’ingresso di aiuti e lo scambio di prigionieri.
Un primo passo per la tregua
Il successo dell’accordo dipenderà dall’implementazione delle fasi successive. Questa, infatti, è solo una prima fase alla quale dovranno seguire successive tranche negoziali per arrivare alla realizzazione di una tregue definitiva. I nodi più spinosi sono ancora fuori dal piano annunciato da Trump. Adesso la priorità è il cessate il fuoco e l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza.
Da notare è come i dettagli sulle modalità per garantire sicurezza alle vie di passaggio, logistica, controllo delle organizzazioni che operano sul terreno, e quantità di aiuti non sono ancora chiari. Rimane un punto interrogativo anche sul ruolo che l’Anp giocherà in un governo temporaneo di Gaza.
I dubbi
I dubbi sono molteplici. La verità è che nella storia del conflitto israelo-palestinese, sono stati diversi i punti di contatto – come anche quelli di scontro – tra la popolazione palestinese e quella israeliana. E spesso le tregue proposte avevano in sé i presupposti del loro fallimento: dagli Accordi di Oslo al fallimento di Camp David, fino alla Road Map rimasta sulla carta.
Un “importante passo avanti”, lo definisce l’Unione Europea, che tuttavia condivide le perplessità della Francia: troppa vaghezza attorno alla creazione di uno Stato palestinese, al coinvolgimento della Cisgiordania e al ruolo dell’Autorità Palestinese nel piano. Il primo ministro britannico Keir Starmer, insieme ad altri leader internazionali, ha invece lodato l’intesa e ne ha chiesto un’attuazione rapida.
Mentre da tutto il mondo le reazioni non si sono fatte attendere, anche oggi rimane il timore che questa possibile nuove stagione di negoziati porti con sé una fine amara. Quante volte la speranza ha avuto lo stesso incipit — e un epilogo già scritto? Se fosse soltanto un’altra tregua destinata a sgretolarsi lo scopriremo molto presto. Quello che è certo è che tra le macerie di Gaza e gli entusiasmi generali, anche questa tregua porta con sé molte ombre di dubbio.




