Gaza, raid sull’ospedale Nasser: strage di giornalisti
Nella Striscia di Gaza, l’ospedale Nasser di Khan Younis è stato attaccato dall’Idf. Il raid è avvenuto in pieno giorno, provocando almeno 20 morti, tra cui 5 giornalisti.
Si tratta dell’unica struttura sanitaria funzionante in quella porzione di territorio. Al momento del primo attacco erano presenti civili, operatori umanitari e giornalisti di Reuters, Ap, Al Jazeera e altre testate internazionali. Dopodiché si è verificato un secondo raid aereo, mentre si erano già attivati i soccorsi.
Gaza: la guerra più sanguinosa per i giornalisti
I giornalisti che hanno perso la vita all’ospedale di Gaza sono Hossam al-Masri, Mariam Dagga, Mohammed Salama, Ahmad Abu Aziz e Moaz Abu Taha. Diversi sono stati poi i colleghi feriti.
Ora i reporter uccisi a Gaza sono 245 in totale: è il conflitto più sanguinoso per la stampa.
Dal 2000 a oggi, secondo le statistiche Unesco, sono stati 1.683 i giornalisti uccisi in tutte le guerre. Nel 2024, è stato ucciso un reporter ogni tre giorni. Sono cifre che non sono state raggiunte neanche durante la Guerra di Corea, quella del Vietnam e quella in Afghanistan.

Il mondo in shock
La strage ha sconvolto il mondo intero. Soprattutto il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi, Reporter Senza Frontiere e diverse ong dei media, che hanno accusato Israele di “silenziare le voci indipendenti di Gaza”.
L’Onu ha ribadito che “gli ospedali e i giornalisti non sono un bersaglio” e ha chiesto lo svolgimento di un’inchiesta indipendente sull’attacco. Molti paesi europei hanno parlato di una grave violazione del diritto umanitario. In Italia, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invitato a “garantire l’incolumità dei giornalisti”.
Il rammarico di Netanyahu e lo stallo diplomatico
Dal canto suo, l’Idf ha dichiarato che i suoi soldati “non prendono di mira i giornalisti in quanto tali”. Netanyahu ha espresso “profondo rammarico per un tragico incidente”.
E nonostante abbia annunciato la volontà di avviare i negoziati per liberare gli ostaggi e porre fine alla guerra, la diplomazia appare in stallo. C’è poca fiducia nelle ultime parole di Donald Trump, che dalla Casa Bianca ha previsto una “conclusione positiva e definitiva” del conflitto entro 2-3 settimane.
Nel frattempo, in Israele, le famiglie degli ostaggi proveranno a protestare il prossimo martedì, con una “Giornata di lotta” in tutto il paese. La priorità è sempre la stessa: riportare a casa i rapiti e far cessare il fuoco nella Striscia di Gaza.




