Netanyahu, storia di un potere che dura da anni
Da ormai più di un anno, i riflettori della scena politica internazionale sono tutti puntati sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nonostante questa attenzione costante, molto spesso la sua storia rimane ai margini, trascurata dalle cronache quotidiane che si concentrano più sulle sue azioni che sulle sue origini. Per comprendere davvero il personaggio politico più longevo nella storia di Israele, è però necessario tornare indietro nel tempo, alle sue radici, alla sua formazione, e al contesto in cui è cresciuto.
Tra Israele e Stati Uniti
Nato a Tel Aviv nel 1949, Netanyahu ha trascorso parte della sua infanzia tra Israele e Stati Uniti, tornando definitivamente nel suo paese d’origine solo alla fine degli anni ’60, dopo la Guerra dei Sei Giorni. A vent’anni, una decisione importante. Sceglie di unirsi al Sayeret Matkal, l’unità d’élite delle forze armate israeliane, partecipando a operazioni di alto profilo come la liberazione di ostaggi da un aereo dirottato nel 1972. Saranno questi eventi a lanciarlo nel panorama pubblico, fornendo la base per la sua futura carriera politica.
Dopo il servizio militare, Netanyahu torna negli Stati Uniti per proseguire gli studi, ottenendo un MBA e un dottorato in scienze politiche. Qui l’esperienza lavorativa in una società di consulenza strategica che gli consentirà di affinare le sue capacità comunicative e gestionali. È in questo periodo che inizia a costruire una solida rete di contatti. Un patrimonio che sfrutterà quando tornerà in Israele.
L’entrata sul ring della politica
Nel cuore degli anni ’80, Netanyahu debutta in politica come ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite. In questo ruolo, diventa un volto noto nella diplomazia internazionale, conquistando visibilità grazie alla sua posizione ferma e determinata sulla sicurezza di Israele. Dopo il ritorno in patria, entra alla Knesset, il parlamento israeliano, e nel 1993 assume la guida del Likud, in un periodo di forte turbolenza politica, mentre il governo Rabin cercava di avviare il processo di pace con l’OLP.
Netanyahu diventa il più giovane primo ministro di Israele
Nel 1996, Netanyahu vince le elezioni e diventa il più giovane primo ministro della storia di Israele. Il suo primo mandato, dal 1996 al 1999, è segnato da una linea dura verso la creazione di uno Stato palestinese. Nonostante le trattative con Yasser Arafat restino aperte, nella pratica esse falliscono, alimentando un clima di diffidenza reciproca che porterà alla fine del suo governo.
In politica, ma in una veste diversa
Nel corso degli anni 2000, dopo una breve pausa, Netanyahu ritorna sulla scena politica, ricoprendo incarichi di rilievo nei governi di Ariel Sharon, prima come ministro degli Esteri e poi come ministro delle Finanze. In questa fase, promuove riforme economiche liberiste, mirate a privatizzare il settore pubblico, ridurre la spesa e aprire il mercato. La sua opposizione alla ritirata da Gaza, però, lo porta a dimettersi nel 2005.
L’inizio di un lungo mandato
Il suo ritorno al potere nel 2009 segna l’inizio di un lungo dominio politico, che, salvo una breve parentesi tra il 2021 e il 2022, lo vede al timone del Paese per quasi un decennio. Per mantenere la stabilità delle sue coalizioni, Netanyahu si allea con partiti ultraortodossi, gruppi nazional-religiosi e formazioni di centro, creando un’architettura politica sempre più frammentata.
I rapporti con la Palestina
Nonostante le sue dichiarazioni di apertura verso una soluzione a due Stati, Netanyahu ha continuato a opporsi fermamente all’autodeterminazione palestinese, favorendo l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, considerati illegali dalla comunità internazionale e ostacolo a qualsiasi accordo di pace.
Nel 2023, come noto, Benjamin Netanyahu si è trovato a fronteggiare una delle fasi più complesse della sua carriera politica. L’intensificarsi del conflitto israelo-palestinese, con un attacco a sorpresa di Hamas dalla Striscia di Gaza, ha innescato una violenta escalation che ha segnato un nuovo capitolo nella storia del conflitto. La risposta militare israeliana, sotto la sua guida, ha accentuato le divisioni interne al Paese, sollevando critiche anche da parte degli alleati internazionali.
Contemporaneamente, Netanyahu ha promosso una riforma della giustizia fortemente contestata, accusata di compromettere l’indipendenza della magistratura e di alterare l’equilibrio dei poteri. Le proteste contro questa iniziativa sono state tra le più massicce nella storia di Israele, segno di un malcontento crescente nei confronti della sua leadership.
A complicare ulteriormente la sua posizione, c’è poi il coinvolgimento in un processo penale per corruzione, frode e abuso di fiducia. Nonostante le sue smentite, il caso ha alimentato sospetti sulla connessione tra le sue riforme politiche e la sua difesa personale davanti alla giustizia, gettando un’ombra sulla sua legittimità.
Oggi, Netanyahu è una figura che polarizza Israele. Da un lato, è visto come il garante della sicurezza e della stabilità, ma dall’altro è considerato un ostacolo alla pace e alla democrazia, con una visione politica che continua a suscitare forti resistenze sia all’interno che all’estero. In un periodo segnato da conflitti aperti, crisi interne e sfide legali, il suo nome rimarrà probabilmente scolpito nella storia di Israele come simbolo di un’epoca di trasformazioni e divisioni.




