Shell sotto accusa: via al nuovo processo in Nigeria
Al termine di ogni pasto arriva sempre il conto, e amaro è questa volta per la società britannica Shell, condotta -nuovamente- in giudizio per i danni ambientali cagionati, in particolare, nel delta del Niger. Sappiamo che Shell è una delle più grandi compagnie al mondo nel settore petrolifero, e l’impatto sull’economia africana è assolutamente rilevante, come mostrano le relazioni diplomatiche e commerciali da ben più di mezzo secolo intrattenute. Era il 1958 quando la multinazionale petrolifera iniziò ad operare nei territori del più grande produttore di greggio del continente africano, dando principio ad un rapporto certo travagliato, ma tacitamente conveniente per ambedue le parti, per lo meno tralasciando i civili nigeriani. Questa storia d’amore trova un brusco arresto in diatribe legali che sembrano non frustrare la società petrolifera, intenta nella corsa ad un arricchimento sfrenato e ben poco attenta al modus operandi.
Questa volta è Bubaraye Dakolo, noto come re Agada IV, sovrano tradizionale del regno di Ekpetiama nello stato di Bayelsa in Nigeria, a chiedere un maxi risarcimento dalla portata di 12 miliardi di dollari per i danni cagionati dal gigante del petrolio, stimandone un giusto corrispettivo per far fronte a quelli che si stimano essere i costi per la bonifica dell’ambiente gravemente inquinato, lo smantellamento delle infrastrutture pericolose abbandonate e il risarcimento delle comunità colpite in un periodo di 12 anni.
Dakolo è già noto per il suo attivismo proteso alla tutela dei diritti umani e ambientali, che lo ha portato a rivolgersi ad un’Alta Corte Federale nella città meridionale di Yenago, appoggiato peraltro da numerose ONG nigeriane, da anni impegnate in una incessante lotta contro gli abusi della Shell e le sue condotte sconsiderate, noncuranti dei disastri ambientali, fluviali e terreni, che non solo annientano la flora e la fauna locale, ma espongono a gravi rischi anche gli stessi abitanti della zona, portando, in ultima analisi, il territorio ai limiti della vivibilità. Basti a tal riguardo rivolgere un pensiero all’altro processo che a febbraio ha visto scontrarsi tra i palazzi della giustizia la Shell e due comunità Ogoni, un’etnia africana che abita la regione del delta del Niger, secondo le quali la multinazionale è responsabile dell’inquinamento del delta avvenuto fra il 1989 e il 2020 e provocato dal petrolio.
La nuova causa va invece correttamente contestualizzata, e si colloca infatti sulla scia di una mossa dei britannici non molto gradita dalla controparte nigeriana, avendo i primi provveduto alla vendita del 30% delle proprie quote -per un valore di circa 2,4 miliardi di dollari- in un progetto petroliferi offshore, al consorzio Reinassance. Il tutto però senza aver prima provveduto a rimediare ai danni ambientali causati.
Le attività -secondo la ricostruzione di Dakolo- avrebbero causato delle fuoriuscite di petrolio, flaring di gas e la distruzione di attività di pesca e agricoltura, rendendo al contempo tossici fiumi, foreste e terreni agricoli. Nulla di sorprendente se si considera che in meno di 70anni di operato sul territorio nigeriano, la Shell conta all’incirca 7 mila incidenti verificatisi e 13 milioni di barili riversati nell’ambiente, tanto da valere al Delta del Niger un posto in primissimo rilievo tra le aree più inquinate al mondo. Come sovente accade in queste dinamiche, il prezzo più alto è pagato dai civili, orbati di un territorio un tempo prolifero, privati di una casa e di uno stile di vita, mentre dall’alto della turris eburnea un assegno da capogiro metterà a tacere le voci già soffocate delle vere vittime.




