La diplomazia culturale dell’Iraq ha un grande potenziale, ma anche tante criticità
Dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, l’Iraq ha cercato di rimodellare la sua immagine agli occhi del mondo, passando dalla modalità aggressore – in riferimento all’invasione del Kuwait nel 1990 – a quella incentrata sulla diplomazia culturale.
Con una civiltà che esiste da 6.000 anni, i governi post Saddam hanno tutti riconosciuto il potenziale esistente in questo soft power e la possibilità di utilizzarlo come mezzo pacifico per ricostruire le relazioni internazionali e l’identità nazionale.
La diplomazia culturale pietra miliare della politica estera irachena
I governi iracheni che si sono succeduti si sono resi conto che la promozione dell’impegno culturale incontrava meno resistenze rispetto alla diplomazia tradizionale e poteva essere il punto di partenza per ricucire le tensioni geopolitiche di lunga data, in particolare con i Paesi vicini, come per esempio il Kuwait.
In quanto tale, la diplomazia culturale è diventata una pietra miliare della politica estera irachena dell’era post Saddam, contribuendo a costruire legami culturali internazionali, in particolare dopo la sconfitta territoriale del cosiddetto Stato Islamico (ISIS), nel 2017.
Il primo importante esempio risale al 2004, quando l’Iraq ha inviato in Kuwait, su invito del poeta kuwaitiano Abdulaziz Al-Babtain, una delegazione di 40 personalità del mondo della letteratura e della cultura, un primo passo significativo tra le due Nazioni dopo decenni di acrimonia.
Attraverso letture congiunte di poesie e dialogo culturale, questo gruppo ha gettato le basi per rinnovati colloqui diplomatici e geopolitici tra i due Paesi, dimostrando come i valori culturali condivisi possano favorire la comprensione e la cooperazione.
L’Iraq ha anche sfruttato strategicamente il suo ricco patrimonio storico come piattaforma per facilitare l’impegno politico e le partnership mondiali. Questo approccio non solo ha contribuito a istituzionalizzare questo particolare soft power nella comunità internazionale, ma ha ha anche permesso di creare collaborazioni tra esperti iracheni e internazionali.
Un importante prova di questa strategia ci arriva all’indomani della distruzione dei siti culturali iracheni da parte dell’ISIS dopo la conquista di ampie fasce di territorio nel 2014.
L’Iraq ha usato l’indignazione mondiale per la perdita di questi siti – eredità collettiva di tutta l’umanità – per alimentare il sostegno negli anni successivi alla caduta del gruppo islamista.
La sua capacità di trasformare una tragica perdita in solidarietà culturale e impegno internazionale è stata evidenziata all’inizio del 2024, quando l’Italia ha donato al Museo di Bassora una replica stampata in 3D della statua assira del “Toro di Mimrud”, risalente al IX secolo a.c., distrutta dall’ISIS nel 2015.
Per l’Italia e per gli altri partner, questo passo è servito non solo a mostrare solidarietà all’Iraq, ma soprattutto a dimostrare quanto valga il patrimonio culturale di uno Stato e quanto importante sia la collaborazione internazionale per la sua salvaguardia.
Accesso ai finanziamenti mondiali
Impegnarsi con esperti tecnici internazionali e accedere ai finanziamenti internazionali disponibili per la conservazione del patrimonio è un altro importante obbiettivo per l’Iraq. Solo un’attenta e attiva diplomazia culturale può permettere di portare a casa buoni risultati, come evidenziano gli sforzi fatti per ripristinare il patrimonio culturale distrutto a Mosul.
L’UNESCO in questo è stata fondamentale permettendo, grazie alla sua consulenza tecnica e promuovendo la cooperazione, di restaurare la Moschea di al-Nuri e del minareto di al-Hadba, costruiti nove secoli fa e distrutti dall’ISIS nel 2017.
Il restauro è stato finanziato dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno stanziato 50 milioni di dollari per il progetto, e supervisionato dall’UNESCO.
Questa collaborazione ha anche permesso un cambiamento positivo nelle relazioni tra Iraq e EAU, che dopo la caduta di Saddam erano state rallentate da fattori politici e dall’influenza delle milizie sciite filoiraniane in Iraq.
Il restauro è servito come base non politica per rafforzare la cooperazione in questioni politiche e di sicurezza più ampie.
La collaborazione del Museo di Mosul con il Louvre per restaurare la sua struttura e la sua collezione, compresi pezzi come la statua del “Leone di Mimrud” del IX secolo a.c. distrutta dall’ISIS nel 2015, è stato un altro passo per consolidare i legami culturali tra esperti iracheni e internazionali.
Il Presidente iracheno Abdul Latif Jamal Rashid ha detto: “l’eredità irachena è una ricchezza inesauribile, che offre al Paese l’opportunità di mostrare al mondo un lato di sé stesso che contrasta nettamente con l’immagine data negli ultimi 20 anni, fatta di crisi securitarie e invasioni militari.
Ma la diplomazia culturale non è volta solo all’esterno.
Ricostruzione dell’orgoglio nazionale
La diplomazia culturale e il restauro del patrimonio culturale iracheno hanno anche svolto un ruolo importante nel promuovere l’unità nazionale e ricostruire l’orgoglio nazionale dopo la caduta di Saddam prima e dell’ISIS dopo.
Gli iracheni sono immensamente orgogliosi del loro antico patrimonio culturale, per questo il saccheggio del Museo Nazionale dell’Iraq nel 2003 e la distruzione dei siti iconici come la città di Nimrud fuori Mosul (lì da 3.000 anni) da parte dell’ISIS nel 2015 hanno profondamente ferito il loro valore identitario.
Riconoscendo l’importanza di preservare questo patrimonio, Rashid e altri leader iracheni hanno lavorato non solo per restaurarlo, ma anche per recuperare l’eredità storica dell’Iraq come mezzo per guarire la Nazione.
Nel 2023, nell’ambito di questa strategia, l’Iraq si è vista restituire dall’Italia un importante manufatto assiro e ben 6.000 pezzi presi in prestito dal British Museum.
Chiedendo il rientro delle sue antichità sparse per il Mondo, il governo iracheno sta cercando di rafforzare l’identità collettiva e creare un sano sentimento nazionalista.
Attualmente sono in corso trattative per recuperare 40.000 di questi pezzi.
Di fatto, la perdita di questi tesori ha spesso amplificato le divisioni sociali e piantato il seme della sfiducia tra gli iracheni.
Tuttavia, gli sforzi fatti per restaurare il Museo di Mosul e Nimrud sono oggettivamente serviti da catalizzatori per l’unità, facendo emergere la resilienza del popolo iracheno e il potere di una unità culturale condivisa.
Può essere considerato un importante esempio la mostra del 2019 “Ritorno a Mosul”, uno sforzo congiunto tra Al-Ghana Radio e il Comitato degli artisti di Mosul, che ha riunito diverse comunità per utilizzare l’arte come strumento narrativo e mezzo terapeutico.
La mostra ha cercato di colmare le lacune sociali narrando la storia dell’occupazione di Mosul da parte dell’ISIS e immaginando un futuro fatto di tolleranza.
Il restauro del patrimonio culturale iracheno non riguarda solo i siti fisici, ma anche la creazione di posti di lavoro e il rafforzamento della cooperazione all’Interno del Paese.
Il progetto “Revive the Spirit of Mosul” – una collaborazione tra UNESCO, EAU, Stati Uniti, Unione Europea e altri partner e di cui ha fatto parte anche il restauro della Moschea al-Nuri – dimostra quanta importanza abbia.
Questa iniziativa ha creato 6.000 posti di lavoro e formato 1.300 giovani in mestieri tradizionali come falegname, scalpellino e pittore.
Combinando restauro a emancipazione economica, questi sforzi stanno promuovendo un nuovo senso di unità collettiva, contribuendo alla ripresa del Paese e riaccendendo l’orgoglio nazionale.
Trabocchetti da evitare
Tuttavia, l’Iraq ha ancora molta strada da fare.
L’esistenza di molte comunità tribali e culturali e i gruppi religiosi opposti che hanno usato il confronto e il conflitto nella costruzione delle loro proprie identità collettive può essere da ostacolo a questo processo.
Dal 2003, alcune élite irachene si sono appropriate del ricco patrimonio culturale del Paese per utilizzarle per fini che potrebbero essere dannosi. Si va dalla vendita di pezzi millenari alla propagazione di narrazioni politiche e settarie escludenti e non inclusive, quest’ultima facilitata dal sistema di governo iracheno che divide il potere politico lungo linee settarie.
Ciò lascia a ciascun gruppo il controllo dei siti archeologici nella propria regione, libero di utilizzare le entrate e le altre risorse provenienti dal patrimonio culturale per servire i propri obbiettivi e programmi etnico-settari, piuttosto che per lavorare su identità nazionale e coesione culturale.
In questo modo cercano di utilizzare la storia e le identità condivise dell’Iraq per creare divisioni culturali e non portare avanti ambiziosi progetti guardando all’intera Nazione.
Un esempio può essere il restauro a Babil del Santuario del Profeta Ezechiele, noto in Iraq come Al-Kifl, il Profeta biblico della comunità giudaica in esilio a Babilonia nel VI secolo a.c.
Fino al 2010, il Consiglio di Stato per le Antichità e il Patrimonio custodiva il complesso, che consisteva in un santuario, una sinagoga, una moschea e adiacenti “khan” (locande) di epoca ottomana.
La proprietà è stata successivamente trasferita alla Shiite Endowment, sulla base della pretesa che l’Imam Ali, primo leader religioso sciita a metà del VI secolo d.c, si accampò e pregò nel sito.
Da quando la Endowment ha assunto il controllo del sito, sono stati fatti una serie di interventi per rimuovere la sinagoga e i “khan”, espandere la moschea e costruire nuovi minareti, nel tentativo di promuovere i propri interessi settari e la propria storia, a scapito dell’identità nazionale.
Negli ultimi 20 anni, l’Iraq ha utilizzato la diplomazia culturale come strumento per far crescere il suo soft power e promuovere gli impegni internazionali, nonché rafforzare la coesione nazionale e la creazione di una identità comune tra le comunità tribali e religiose del Paese, comunità a volte in conflitto tra loro.
Nei suoi sforzi per far conoscere il suo patrimonio culturale sulla scena mondiale e restaurare i siti distrutti dall’ISIS, l’Iraq è riuscito a far rinascere lo spirito di cooperazione collettiva e di identità condivisa nell’arena nazionale.
Nel contempo, la cooperazione tecnica con i partner internazionali ha aperto la strada a una coalizione culturale pronta a ricostruire il patrimonio comune dell’umanità in Iraq.
Tuttavia, l’Iraq deve ancora affrontare molte sfide e limitazioni nella gestione interna del suo patrimonio culturale, limitazioni e sfide che vanno affrontate dando priorità alla cooperazione nazionale, guardando oltre il settarismo e le differenze etniche.




