I droni e il loro utilizzo
Di fronte all’avanzata inarrestabile della tecnologia, i droni – o, per essere precisi, gli aeromobili a pilotaggio remoto (APR) – si impongono come una delle innovazioni più versatili e discusse del nostro tempo. Pensati quasi due secoli fa per esigenze militari, questi oggi rappresentano degli strumenti fondamentali anche in ambito civile, con un vasto impiego che spazia nei più disparati scenari, dall’agricoltura alla sicurezza ambientale.
La storia dei droni inizia molto prima di quanto immaginiamo, infatti già nel 1849, durante l’assedio di Venezia, gli austriaci utilizzarono palloni carichi di esplosivo come primi embrioni di velivoli senza pilota: successivamente, nel corso del ventesimo secolo, dando seguito all’avanguardistica intuizione austriaca si diede impulso alla ricerca con i primi tentativi di radio-comando durante le due guerre mondiali, gettando così le vere basi della tecnologia APR per come la conosciamo oggi. In particolare, la seconda guerra mondiale segna una svolta grazie all’attore e pilota Reginald Denny, fondatore della Reginald Denny Industries, produttrice di molteplici prototipi utilizzati nel corso della seconda guerra mondiale.
Nel corso degli anni Duemila, grazie alla miniaturizzazione e all’aumento della potenza dei sensori, i droni hanno conquistato anche il mondo civile, raggiungendo la notorietà comune con cui tutti noi – ingenuamente – li abbiamo scoperti. Oggi, oltre comunque a un massiccio e preponderante utilizzo bellico, questi vengono utilizzati per tantissimi scopi, come monitorare le coltivazioni agricole, mappare il suolo, controllare impianti industriali e ambientali, fare rilievi fotogrammetrici, soccorrere vittime di calamità naturali e sorvegliare la fauna selvatica. La versatilità propria dei droni li rende strumenti ideali anche in contesti delicati come il monitoraggio archeologico o la protezione delle frontiere, basti pensare a quanto accade nella collaborazione USA-Messico per il controllo del narcotraffico. E ancora, la portata innovativa degli APR è tale da rivoluzionare il mondo del cinema o della fotografia, per non parlare poi dello sport: a riguardo, fece scalpore al tempo il Napoli di Maurizio Sarri che utilizzava i droni per monitorare dall’alto i movimenti della propria linea difensiva in allenamento, così da ricercare un’assoluta perfezione nei tempi e nello spazio.
Ad ogni modo, il volto più discusso dei droni resta per l’appunto quello militare. A partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno fatto ampio uso degli APR nelle operazioni antiterrorismo, inaugurando una nuova strategia bellica definita “chirurgica”, volta cioè a eliminare obiettivi sensibili senza esporre i soldati a rischi diretti. Gli APR sono stati usati con frequenza crescente sotto le amministrazioni Bush e Obama, colpendo figure chiave di al-Qaida e dell’ISIS in Yemen, Pakistan e Somalia.
Se però da un lato gli attacchi con droni hanno mostrato una notevole efficacia operativa, dall’altro hanno sollevato enormi interrogativi etici e giuridici: tra tutti, il caso del cooperante italiano Giovanni Lo Porto, ucciso da un drone statunitense nel 2015, ha messo in evidenza – almeno nel panorama italiano – i limiti e i rischi di una strategia fondata su missioni segrete e omicidi mirati.
Secondo inchieste giornalistiche e rapporti di ONG come Amnesty International, le operazioni con droni avrebbero causato centinaia di vittime civili, spesso non riconosciute ufficialmente. Inoltre, l’evoluzione della tecnologia verso sistemi di “sciami” di droni e dispositivi autonomi solleva preoccupazioni crescenti.
A tal proposito il Parlamento Europeo ha più volte emesso risoluzioni per evidenziare i rischi connessi ai sistemi d’arma completamente autonomi, che potrebbero sfuggire al controllo umano diretto.
Negli ultimi giorni, come tutti sappiamo, l’Iran ha condotto un attacco diretto contro Israele utilizzando una massiccia ondata di droni, in risposta a una precedente offensiva israeliana che ha aumentato esponenzialmente il rischio di una escalation nel conflitto regionale.
L’uso dei droni da parte dell’Iran risulta però interessante perché rappresenta una scelta strategica dimostratasi – tragicamente – funzionale: questi velivoli senza pilota sono relativamente economici, difficili da intercettare anche per sistemi difensivi all’avanguardia come quello di Israele, e capaci di coprire lunghe distanze. I droni possono volare a bassa quota seguendo traiettorie irregolari e lente, che li rendono così meno rilevabili dai radar tradizionali, e, inoltre, possono essere lanciati a basso costo in gran numero, per saturare le difese aeree del nemico, costringendolo a utilizzare risorse sofisticate e costose per l’intercettazione. Questo tipo di attacco dimostra come le nuove tecnologie abbiano trasformato la natura della guerra, rendendo più difficile prevenire le incursioni anche per gli Stati altamente equipaggiati.
I droni rappresentano oggi uno strumento potente e polivalente, simbolo delle possibilità offerte dall’innovazione tecnologica ma anche delle sue contraddizioni più profonde. In ambito civile sono alleati insostituibili per la sostenibilità, l’efficienza e la sicurezza, mentre in ambito militare diventano strumenti di guerra invisibile, potenzialmente letali e difficili da regolare.
Il futuro degli APR dipenderà dalla capacità della comunità internazionale di stabilire limiti chiari e condivisi, bilanciando progresso e responsabilità, innovazione e umanità.




