Tra Musk e Trump lo scontro è ancora aperto
Dopo essersi supportati durante la campagna per un anno intero, Trump e Musk sono arrivati allo scontro frontale, con le feroci critiche del proprietario di Tesla al budget Usa, le minacce di ritorsioni del presidente sui contratti in essere, i riferimenti al caso Epstein da parte di Musk e la sua controminaccia di creare un partito politico. «Abbiamo avuto un ottimo rapporto, ma sono sorpreso, Elon mi ha molto deluso», ha detto il presidente americano ai giornalisti durante un’apparizione nello Studio ovale accanto al cancelliere tedesco Friedrich Merz.
È stato il “Big Beautiful Bill”, la legge di spesa del partito repubblicano in discussione a Capitol Hill, a far precipitare i rapporti: ogni anno Tesla riceve miliardi di dollari grazie a varie sovvenzioni ambientali per favorire l’acquisto di auto elettriche negli Stati Uniti. Trump ha proposto di eliminare tutti questi sistemi di sovvenzione, che farebbero perdere a Tesla miliardi di dollari all’anno. «Elon ne conosceva tutti i meccanismi dall’interno», ha detto Trump, facendosi dare in diretta su X del bugiardo: «E’ falso, non ne sapevo nulla”, ha replicato Musk lamentando che “la legge è stata approvata nel cuore della notte, così velocemente che quasi nessuno l’aveva letta».
Musk ha duramente criticato il pacchetto fiscale-spesa promosso da Trump, definendolo una “disgusting abomination” e un disastro per il debito pubblico. La disputa ha provocato una caduta del 14–15% delle azioni Tesla, con perdite di decine di miliardi di dollari, seguita da un lieve rimbalzo dopo segnali di disgelo. Sempre su X, poi, l’ultima provocazione di Musk che lancia un sondaggio che in pochi minuti raccoglie un fiume di sì: “È ora di creare un nuovo partito politico in America che rappresenti effettivamente l’80% della popolazione di mezzo?”. Il quesito, cui si può rispondere per 24 ore, impazza incassando in meno di un’ora quasi 300 mila risposte, l’84% a favore.
Facendo paragoni con il passato, dopo la catastrofica crisi del 2008, Obama scelse di intervenire sul mercato statunitense con un cosiddetto salvataggio federale, coinvolgendo Fiat e i sindacati. Anche in quel caso, il governo fu coinvolto direttamente nella sorte di un’azienda chiave per l’economia del Paese. La leadership forte di Marchionne face sì che l’impresa trattasse con lo Stato ma difendendo la propria autonomia. Eppure, ci sono diverse differenze tra la situazione Obama/Marchionne e Trump/Musk: in quel caso l’intervento fu per salvare un’azienda morente; nel caso Musk-Tesla si parla di un colosso in crisi d’immagine e mercato, non di vero e proprio fallimento. Ancora, i sindacati erano parte dell’accordo; Musk li esclude attivamente.
Insomma, sotto certi aspetti, qualunque sia la forma che assume — salvataggio pubblico, alleanza strategica o corteggiamento elettorale — il legame tra governo e grande impresa può funzionare quando temporaneo. Il mercato, da solo, non sempre si autoregola: può produrre squilibri, lasciare indietro interi settori o fallire nel garantire beni comuni come innovazione, occupazione o sostenibilità. In questi casi, un’azione pubblica mirata può correggere distorsioni, orientare lo sviluppo, accompagnare una transizione. In altri, quando la relazione si fa troppo lunga e “intima”, corre il rischio di sfociare in gravi rischi.




