Il piano Witkoff apre uno spiraglio nei negoziati tra Israele e Hamas
Mentre sulla scena politica internazionale l’ago della bilancia, rimasto per mesi saldamente a favore di Israele, sembra ora inclinarsi in direzione opposta alla ricerca di un nuovo baricentro, una rinnovata possibilità di dialogo fra Israele e Palestina sembra affacciarsi all’orizzonte. Nella notte di ieri, sulle scrivanie del governo Israeliano e su quella di Hamas è arrivata una bozza di un nuovo piano di tregua temporanea per i negoziati. L’ok, però, è arrivato solo da una delle due parti.
Il ruolo centrale degli Stati Uniti nella mediazione
Come già noto, anche su questo fronte di guerra gli Stati Uniti sembrano intenzionati a svolgere un ruolo da mediatori. La proposta di tregua arriva infatti direttamente da oltreoceano. Martedì scorso, il ministro Ron Dermer, responsabile per Israele nei negoziati sul rilascio degli ostaggi, ha incontrato a Washington l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, e in serata è stata consegnata ad entrambe le parti una bozza del progetto.
I dettagli del piano Witkoff: tregua e scambi
Il piano , che prende il nome proprio dall’inviato americano, prevede una tregua di 60 giorni nella Striscia di Gaza e il rilascio di 10 ostaggi in due fasi distinte, ciascuna a distanza di una settimana dall’altra. Hamas dovrebbe consegnare i corpi di 18 ostaggi ancora in suo possesso, mentre Israele restituirebbe i corpi di 180 palestinesi. La proposta contempla, poi, la scarcerazione di 125 palestinesi condannati all’ergastolo e di 1.111 abitanti di Gaza arrestati dopo l’attacco del 7 ottobre. Il piano Witkoff stabilisce che la distribuzione degli aiuti nella Striscia di Gaza torni sotto la supervisione dell’ONU e delle organizzazioni internazionali, e che l’esercito israeliano si ritiri nelle posizioni occupate prima della nuova offensiva di marzo.
La reazione israeliana
All’arrivo della proposta, lo stato d’Israele si è subito mostrato disponibile ad accettarla. Il presidente Netanyahu, durante un incontro con i suoi ministri, ha manifestato il suo favore nel procedere con l’ultima offerta avanzata. È stato lui stesso ad annunciare questa decisione alle famiglie degli ostaggi, i quali, nei giorni scorsi,avevano duramente criticato l’altalena di annunci e smentite del primo ministro, preoccupate per la sorte dei loro cari. Tuttavia, Netanyahu è stato chiaro su un punto. La proposta non include alcuna promessa israeliana di porre fine alla guerra.
Hamas respinge: proposta giudicata sbilanciata
Diversa è stata la reazione della fazione islamica. Hamas ha infatti respinto la proposta, giudicandola sbilanciata a favore di Israele. Secondo il movimento, la proposta manca di una chiara garanzia americana che la tregua porti a un cessate il fuoco permanente e non assicura che, qualora i negoziati dovessero proseguire oltre i 60 giorni, anche la tregua venga mantenuta. “La risposta dell’occupazione significa in sostanza la perpetuazione dell’occupazione stessa, la continuazione di uccisioni e carestie — anche durante il periodo di tregua temporanea — e non soddisfa alcuna delle richieste del nostro popolo, inclusa la fine della guerra e della crisi umanitaria,” ha dichiarato Bassem Naim, uno dei leader del movimento in esilio.
Uno spiraglio resta aperto
Secondo quanto riportato dai media palestinesi “La leadership del movimento sta valutando, con grande senso di responsabilità e patriottismo, come rispondere a questa proposta”. Nonostante il rifiuto iniziale, allora, non tutto sembra perduto. Il movimento islamico potrebbe infatti decidere di accettare il piano con riserve, come ipotizza il Times of Israel, oppure proporre modifiche che rendano l’accordo più equilibrato, come riporta il Jerusalem Post. Le prossime ore saranno dunque decisive. La fragile apertura che si è creata potrebbe ancora evolvere in un concreto spiraglio di dialogo. Se le parti riusciranno a trovare un terreno comune, si potrebbe finalmente intravedere una pausa significativa nel conflitto e un primo passo verso la pace.




