Ungheria. Orban vieta le manifestazioni Lgbtq+
In questi giorni, nuovamente, il partito del Presidente ungherese Viktor Orbán Fidesz (partito nazional-populista alleato di Matteo Salvini e Marine Le Pen a Strasburgo e che in Aula detiene la maggioranza di due terzi necessaria a riformare la Costituzione), ha modificato la normativa sulle assemblee e ha dichiarato formalmente come reato l’organizzazione o la partecipazione ad eventi che violino la cosiddetta “legge sulla protezione dell’infanzia”, a partire proprio dal Pride di Budapest.
Già a marzo il Pride della capitale ungherese era stato bandito attraverso una legge formulata ad hoc: il Parlamento ungherese, infatti, aveva vietato completamente la parata in questione e così tutti gli eventi che, secondo quanto era stato scritto, avrebbero potuto portare a “deviazioni della morale”. Si tratta dell’ennesima repressione illiberale del premier, il quale ha ricevuto l’approvazione maggioritaria da parte dell’Assemblea nazionale (il legislativo monocamerale del Paese mitteleuropeo): con 140 voti a favore e 21 contrari, si apre oggi una nuova giornata terribile per la comunità Lgbtq+ ungherese, che vede ancora una volta i propri diritti restringersi nella morsa dell’autoritarismo di Orbán.
Ma in cosa consiste precisamente questa legge sulla protezione dell’infanzia? La legge sulla protezione dei bambini vieta la rappresentazione e la promozione ai minori di 18 anni di contenuti bollati dall’esecutivo ultraconservatore come “propaganda omosessuale”. L’obiettivo sarebbe quello di salvaguardare lo sviluppo fisico, mentale e morale dei minorenni, che ottiene così la precedenza su altri diritti fondamentali come quelli di assemblea, di manifestazione e di libera espressione. Dopo il voto di oggi, la Costituzione riconosce ufficialmente solo il sesso maschile e quello femminile, escludendo tutte le altre identità di genere.
Fa tutto parte integrante del regime repressivo e violento che è in corso nel Paese. Oltre a questa nuova legge, L’emendamento votato oggi consente anche l’utilizzo delle tecnologie di sorveglianza sociale di massa – soprattutto quelle per il riconoscimento facciale – da parte delle forze dell’ordine. I partecipanti ai raduni banditi potranno così venire identificati e multati fino a 200mila fiorini (circa 487 euro), come avviene nella Repubblica popolare cinese e in Georgia.
Si tratta di uno scenario estremamente preoccupante, che ha già intrapreso il cammino dell’omofobia e della transfobia. “Proteggere i bambini” è la scusa migliore per continuare a esercitare violenza, incutere nuove paure e introdurre maggiori restrizioni, contro una comunità in crescita che, a livello mondiale, combatte da anni per il riconoscimento dei diritti umani di base e per poter vivere in una società civile in cui potersi esprimere liberamente.




