Droni e petrolio. La strategia della Cina in Libia
Le relazioni tra Cina e Libia hanno assunto una dimensione strategica. La recente vicenda che coinvolge Pechino nel traffico di droni militari verso la Libia rivela ulteriormente un comportamento che si discosta significativamente da queste dichiarazioni di principio, sottolineando un’agenda pragmatica legata a interessi diretti precisi. Il caso libico, in particolare, evidenzia una dinamica in cui la Cina ha agito con una logica di vantaggio personale, sfruttando un contesto geopolitico complesso e lacerato per perseguire obiettivi specifici: consolidare la propria influenza nella regione mediterranea e garantirsi un accesso privilegiato alle risorse energetiche del Paese. Un approccio che mette in discussione la coerenza tra la narrazione strategica cinese e le sue azioni sul campo.
Secondo rivelazioni fatte a settembre da Defense News e corroborate questo mese dal Telegraph, un aspetto significativo di questa dinamica è emerso attraverso un’inchiesta che ha rivelato come, tra il 2018 e il 2021, la Cina abbia fornito droni militari al generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). Questa operazione, condotta in violazione dell’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite, prevedeva la consegna di 92 droni camuffati da aiuti per la pandemia di COVID-19, utilizzando società di facciata registrate nel Regno Unito, in Egitto e in Tunisia. L’obiettivo di Pechino era accelerare la vittoria di Haftar nel conflitto libico, garantendosi così un ruolo privilegiato nella futura ricostruzione del paese e nell’acquisto di petrolio a prezzi vantaggiosi.
Un episodio correlato si è verificato nel luglio 2024, quando nel porto italiano di Gioia Tauro sono stati sequestrati due droni militari cinesi destinati a Bengasi, nascosti tra componenti per turbine eoliche. Questo incidente sottolinea la complessità e la portata delle operazioni cinesi in Libia, nonché la necessità di una vigilanza internazionale più attenta per monitorare e contrastare tali attività. I droni hanno giocato un ruolo centrale nel conflitto libico, segnando una svolta nelle dinamiche militari del Paese. Durante la guerra 2019-202, il Gna, sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, ha utilizzato droni Bayraktar TB2 turchi per colpire basi e asset strategici del Lna. Dall’altra, Haftar e i suoi alleati (Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia) hanno fatto affidamento proprio sui Wing Loong II cinesi, equipaggiati con tecnologie avanzate e probabilmente pilotati dagli emiratini (possibili possessori dei mezzi). Questa “guerra dei droni” ha dimostrato l’importanza di tali tecnologie nei conflitti moderni, non solo per il loro impatto tattico ma anche per la loro capacità di influenzare gli equilibri geopolitici.
La presenza cinese in Libia solleva interrogativi sulla coerenza tra le dichiarazioni di Pechino, che si propone come promotrice di stabilità e sviluppo globale, e le sue azioni sul campo, che sembrano guidate da un’agenda pragmatica focalizzata su interessi economici e geopolitici. Questa discrepanza mette in discussione la reale natura delle iniziative cinesi e la loro compatibilità con gli obiettivi di pace e sicurezza internazionale. In definitiva, ciò che emerge è “preoccupante”, come lo definisce una fonte delle strutte di sicurezza europee. È la presenza cinese anche nelle questioni securitarie, e nelle attività di guerra guerreggiata, che preoccupa Ue e Usa, sia che si tratti di un cambio di approccio generale, sia che rappresenti differenze nella gestione dei vari dossier da parte delle strutture di Pechino. Il rischio è che la Cina, per spingere la sua narrazione e i suoi interessi strategici, “esca dalla comfort zone del minimo coinvolgimento in certi contesti, abbinando per altro le sue posizioni con quelle della Russia”.



