Censis: Italia a rischio disintegrazione. Aumentano disuguaglianze, disoccupazione, umiliazione giovani e intolleranze

Censis: Italia a rischio disintegrazione. Aumentano disuguaglianze, disoccupazione, umiliazione giovani e intolleranze

Censis-2014ROMA – Più diseguaglianze, meno integrazione, ceto medio corroso. Quella italiana, secondo il 48esimo rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese, è una società stremata da sei anni di crisi e che ormai si aspetta solo il peggio. E il peggio sta nella progressiva perdita di speranza dei giovani.

L’Italia, secondo quanto rileva il Censis, è un paese dal capitale umano “inagito” e “dissipato”. Un capitale umano che vorrebbe essere energia lavorativa ma non può perché non gli è consentito: ci sono quasi 8 milioni di individui non utilizzati di cui 3 milioni di disoccupati, 1,8 di inattivi e 3 milioni di persone che, pur non cercando attivamente un impiego, sarebbero disponibili a lavorare.

I 15-34enni costituivano già prima della crisi il 50,9% dei disoccupati, ma adesso sono arrivati a quota 75,9%. In forte aumento anche i Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non svolgono attività di formazione, passati dai 1.946.000 del 2004 ai 2.435.000 del 2013. I giovani sono anche la maggior parte dei sottoinquadrai, orami il 19,5% degli occupati. Nel 2004 era occupato il 60,5% dei giovani, nel 2012 era occupato il 48%: in meno di dieci anni sono scomparsi oltre 2,6 milioni di occupati, con una perdita di oltre 142 miliardi di euro che si ripercuote drammaticamente già adesso sul sistema di welfare. Per chi lavora i salari sono bassissimi: di 4,7 milioni di giovani che vivono per conto proprio, oltre la metà ricevono un aiuto economico dai genitori.

La famiglia rimane ancora il più efficace ammortizzatore sociale. Grazie al risparmio, paradossalmente in crescita per un Paese in recessione, per la terza volta in sei anni contanti e depositi bancari sono aumentati del 4,9% tra il 2007 e il 2013. Il 44,6% delle famiglie destina il proprio risparmio alla copertura da possibili imprevisti. In più, il contante è anche lo strumento preferito per quella che il Censis chiama “l’immersione difensiva degli italiani”: il nero, il sommerso, l’evasione e l’elusione fiscale. La spesa pagata in contanti dalle famiglie italiane, le ultime in Europa per l’utilizzo dei sistemi di pagamento elettronici, si può stimare in circa 410 miliardi di euro, il 41% del totale.

L’Italia non spreca solo le sue energie umane migliori, ma anche un patrimonio culturale che pone il nostro Paese al primo posto nella graduatoria dei siti Unesco. L’ingente patrimonio culturale italiano non produce valore perché è mal gestito o non è gestito affatto. Se ne occupano infatti solo 304.000 lavoratori, l’1,3% del totale, la metà di quelli del Regno Unito (755.000) e della Germania (670.000), ma molto meno anche dei 409.000 della Spagna. I risultati sono evidenti in termini economici: nel 2013 il settore della cultura produceva un valore aggiunto di 15,5 miliardi di euro, contro i 35 miliardi di euro della Germania e i 27 della Francia. Calano anche i consumi culturali interni, visto che gli italiani sono costretti a tagliare su tutto: la quota di chi è andato a visitare un museo o una mostra è passata dal 30,1% del 2010 al 25,9% del 2013, mentre quella di chi ha visitato siti archeologici e monumenti dal 23,2% al 20,7% e di chi ha assistito a uno spettacolo teatrale dal 22,5% al 18,5%.

L’Italia “ha fatto della coesione sociale un valore e si è spesso ritenuto indenne dai rischi delle banlieue parigine”, ma le problematicità ormai incancrenite di alcune zone urbane “non possono essere ridotte ad una semplice eccezione”. La crisi economica ha diffuso in Italia “una percezione di vulnerabilità” tale da far ritenere al 60% degli italiani che a chiunque possa capitare di finire in povertà, “come fosse un virus che può contagiare chiunque”. La reazione è un “attendismo cinico”, per cui non si investe e non si consuma, il contante è considerato una tutela necessaria e prevale la filosofia del “bado solo a me stesso”. In sostanza con la crisi il vissuto dei disagi quotidiani si è acuito e le distanze sono aumentate sia tra le varie aree del Paese che fra strati sociali e singole persone. Non c’è da stupirsi dunque, se in una società così spaventata, impoverita e ripiegata su se stessa gli italiani siano particolarmente cinici anche nel rispondere alla domanda su quali siano i fattori più importanti per riuscire nella vita. L’intelligenza ottiene solo il 7% delle risposte, il valore più basso dell’intera Unione Europea. L’istruzione viene indicata dal 51%, ma si scontra contro valori decisamente più elevati nel resto della Ue: l’82% della Germania e il 63% della media europea. Lavorare sodo conta per il 46% degli intervistati contro il 74% del Regno Unito. Superiamo gli altri Paesi quando si arriva alle conoscenze giuste (indicate come fattore chiave dal 29% degli italiani contro il 19% dei britannici), alla provenienza da una famiglia benestante (20% contro il 5% indicato dai francesi).

Nonostante il quadro desolante il Censis ha raccolto alcuni dati che testimoniano come il “modello Italia” all’estero goda ancora di un certo fascino, sebbene quest’interesse non sia adeguatamente sfruttato.

Il Belpaese è la quinta destinazione turistica al mondo, con 186,1 milioni di presenze turistiche straniere nel 2013 e 20,7 miliardi di euro spesi (+6,8% rispetto al 2012). L’Export delle 4 A del made in Italy (alimentari, abbigliamento, arredo casa e automazione ) è aumentato del 30,1% in termini nominali tra il 2009 e il 2013. Inoltre sempre più persone parlano la nostra lingua: circa 200 milioni nel mondo. E crescono le reti di aziende italiane in franchising all’estero: 149 nel 2013 per un totale di 7.731 punti vendita (+5,3% rispetto al 2011).

Donato Notarachille
5 dicembre 2014

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