Il grano come arma geopolitica
A più di quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, uno dei dati più sorprendenti sul piano economico e geopolitico riguarda il grano. Infatti, nonostante sanzioni, restrizioni commerciali e isolamento internazionale, la Russia non solo ha mantenuto la propria capacità di esportazione, ma è addirittura riuscita a consolidare la sua leadership mondiale nel settore, arrivando a detenere circa il 16% dell’export globale.
Se in teoria un conflitto di lunga durata avrebbe dovuto indebolire la capacità produttiva e commerciale di Mosca, forse, nella pratica, è accaduto il contrario, con il grano che si è trasformato in uno dei principali strumenti con cui il Cremlino ha rafforzato la propria presenza in Africa e in Asia.
Secondo l’analisi del Centro Studi Divulga, le esportazioni russe sono cresciute in modo impressionante in diversi Paesi strategici, soprattutto Arabia Saudita, Pakistan, Cina, Kenya e Brasile, per non parlare poi del Kazakhstan, dove l’incremento supera il 300%, segnando così in generale una ridefinizione profonda delle rotte commerciali e degli equilibri geopolitici legati alla sicurezza alimentare.
In questo modo, Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni alimentari, come l’Egitto o la Turchia, finiscono inevitabilmente per sviluppare un rapporto di interdipendenza con Mosca, che li lega così a doppio filo sotto l’ombra russa del conflitto.
In questo scenario, la Russia ha saputo sfruttare tre vantaggi fondamentali: il primo è di natura geografica e produttiva, poiché le principali aree agricole russe non sono state colpite direttamente dal conflitto, come è invece avvenuto – essendo stata brutalmente invasa – in Ucraina; il secondo vantaggio riguarda i prezzi, infatti Mosca ha immesso sul mercato grandi volumi di grano a costi particolarmente competitivi, conquistando quote di mercato soprattutto nei Paesi emergenti; infine, il terzo punto è strettamente geopolitico, nel senso che il grano viene utilizzato come strumento di soft power, una leva da usare per spostare equilibri, come già avvenuto anche con gas e petrolio.
Parallelamente, l’Ucraina, ancora in piedi grazie soprattutto al sostegno dell’Unione Europea, riesce, attraverso i cosiddetti corridoi di solidarietà, a mantenere un flusso commerciale significativo verso il mercato europeo, avendo aumentato le esportazioni di grano in modo netto rispetto al periodo prebellico, in modo tale da permettere al Paese di non perdere completamente il proprio peso sul mercato internazionale. Tuttavia, l’ingresso di grandi quantità di cereali ucraini ha comunque esercitato una forte pressione sui prezzi interni all’Unione, provocando proteste in diversi Paesi membri e alimentando le preoccupazioni dei produttori agricoli, inclusi quelli italiani.
Resta poi aperta anche la delicata questione delle triangolazioni commerciali, per cui, secondo alcune analisi, parte del grano russo potrebbe continuare comunque a raggiungere indirettamente il mercato europeo attraverso Paesi terzi, in particolare Turchia e Kazakhstan, peraltro a prezzo maggiorato.
In definitiva, il conflitto che ha ridisegnato gli equilibri militari dell’Europa sta modificando anche la geografia mondiale degli approvvigionamenti alimentari, in quanto la Russia ha saputo trasformare il proprio grano in una leva strategica con cui reagire alle sanzioni occidentali.




