Il Paese produttore che trattiene solo una parte del valore
Il 6 agosto è diventato pubblico un arrêté interministeriale — un decreto congiunto dei ministeri competenti — firmato a Kinshasa il 29 giugno: la Repubblica democratica del Congo vieta l’esportazione dei concentrati di rame e di cobalto. Secondo il testo esaminato da Reuters, il divieto ha efficacia immediata e consente deroghe annuali in circostanze definite come strategiche, senza precisarne ulteriormente i criteri. È nello spazio fra regola ed eccezione che si deciderà se la misura produrrà industrializzazione o un nuovo mercato di autorizzazioni.
Presentarlo come il primo divieto sarebbe però inesatto. Reuters ricostruisce precedenti nel 2013, 2019 e 2023. Il Codice minerario riformato nel 2018 obbliga inoltre i titolari a trattare le sostanze nei prodotti minerari commerciabili sul territorio nazionale e disciplina l’autorizzazione eccezionale al trattamento all’estero. Richiede, fra l’altro, che sia dimostrata l’assenza di una soluzione domestica economicamente redditizia e che esista un contratto di lavorazione conto terzi. Nel 2023 un altro arrêté interministeriale vietò l’export dei concentrati di rame e di cobalto, ammettendo deroghe annuali per ragioni tecniche o economiche. Il provvedimento del 2026 abroga quel quadro e le relative esenzioni, aggiornando la nomenclatura, il regime di esportazione e la valorizzazione dei prodotti: non inventa il principio della lavorazione locale.
Anche i flussi commerciali richiedono precisione. Secondo il testo esaminato da Reuters, nel primo trimestre 2026 il Congo ha esportato 696.725 tonnellate di catodi di rame e 53.926 tonnellate di concentrati, pari a 18.863 tonnellate di metallo. Per il rame, la quota maggiore era dunque già costituita da metallo raffinato. Per il cobalto sono uscite 51.940 tonnellate di idrossido, equivalenti a 17.054 tonnellate di metallo contenuto: un intermedio, non ancora solfato di grado batteria, precursore catodico o materiale attivo.
Questa distinzione cambia l’analisi. Disponibilità geologica, estrazione, concentrazione, metallurgia, raffinazione chimica e fabbricazione industriale sono attività diverse. Un catodo di rame prodotto in Congo non è ancora un cavo, un trasformatore o un motore. L’idrossido di cobalto deve ancora entrare nella chimica dei materiali e nella produzione di celle. Ogni passaggio richiede energia, reagenti, tecnologia, competenze, assicurazione, logistica, capitale circolante e un compratore disposto a sottoscrivere un contratto a lungo termine. Il Paese del giacimento può incassare royalty e imposte e lasciare altrove il margine di trading, di credito e della produzione finale.
La Cina non è soltanto il compratore
La Cina è l’attore esterno più integrato lungo la catena non perché “compra l’Africa”, formula comoda ma insufficiente, bensì perché combina partecipazioni minerarie, capacità di lavorazione, credito, off-take e domanda industriale. CMOC dichiara l’80 per cento di TenkeFungurume e il 71,25 per cento di Kisanfu: nel 2025 le due attività congolesi hanno prodotto complessivamente 741.100 tonnellate di rame e 117.500 tonnellate di cobalto. A Kamoa-Kakula, invece, Zijin Mining detiene il 39,6 per cento, la stessa quota della canadese Ivanhoe Mines; Crystal River detiene lo 0,8 per cento e lo Stato congolese il 20 per cento. La presenza cinese è determinante, ma non esclusiva e non cancella le partecipazioni congolesi e canadesi.
Il potere cinese prosegue soprattutto al di là della miniera. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2023 la RDC ospitava quasi due terzi dell’estrazione mondiale di cobalto, mentre la Cina concentrava circa tre quarti della raffinazione. Nel rame, dal 2005 la Cina ha assorbito oltre il 90 per cento della crescita globale della capacità di fusione, portando la propria quota da circa il 15 per cento al 50 per cento nel 2025. Nello stesso anno l’utilizzo degli impianti era intorno all’85 per cento in Cina e sotto il 70 per cento altrove. La concentrazione nasce dall’integrazione fra impianti, energia, credito, clienti e politica industriale, non da una sola concessione.
Kinshasa ha già sperimentato il proprio potere di mercato. Dopo la sospensione delle esportazioni di cobalto del 2025, il sistema di quote ha fissato per il 2026 un tetto di 96.600 tonnellate: 87.000 tonnellate distribuite in proporzione ai volumi storici e 9.600 tonnellate riservate alla discrezione di ARECOMS per progetti di interesse strategico. Reuters ha riportato che, fra febbraio 2025 e la fine di giugno 2026, il benchmark del cobalto metallico è salito di circa il 160 per cento, fino a 26 dollari la libbra. È un segnale di potere sull’offerta, non la prova di un aumento dei prezzi identico per l’idrossido congolese, né di maggiori entrate pubbliche né di un benessere diffuso.
Il disegno delle quote contiene una tensione. Ripartirle sui flussi pregressi riconosce il peso degli operatori dominanti; una quota strategica discrezionale può essere destinata a progetti di interesse nazionale, ma richiede criteri pubblici, tracciabilità e rendicontazione. La questione non è scegliere in astratto fra Stato e mercato. È stabilire chi ha il diritto di esportare, quali investimenti si assumono in cambio, chi verifica gli impegni e come l’eventuale maggiore rendita venga trasformata in capacità produttiva e in servizi pubblici.
Trasformare non significa ancora sviluppare
Obbligare alla lavorazione interna è comprensibile, ma non rende automaticamente finanziabile un impianto. Nel 2026 i trattamenti benchmark di fusione e raffinazione del rame riconosciuti alle fonderie sono scesi a 0 dollari per tonnellata, mentre quelli spot risultano negativi dal 2024. In queste condizioni una fonderia conto terzi può non coprire i costi del trattamento. L’IEA stima inoltre che, al di fuori del mercato dominato dal principale fornitore, i nuovi progetti di raffinazione possano avere costi d’investimento fino a oltre il 150 per cento più alti e costi operativi mediamente superiori del 50 per cento. Senza energia affidabile, volumi minimi, off-take pluriennali, garanzie e protezione dal rischio di prezzo, un divieto può produrre scorte ferme anziché fabbriche.
Kamoa-Kakula, però, impedisce di raccontare un Congo immobile. La fonderia direct-to-blister da 500.000 tonnellate annue, avviata alla fine del 2025, produce blister e anodi di rame al 99,7%. Nel secondo trimestre 2026 Ivanhoe ha riportato complessivamente 64.328 tonnellate di rame contenuto in anodi, blister e concentrato di scoria destinato alla vendita; il dato comprende 2.256 tonnellate di blister trattate presso il Lualaba Copper Smelter. I costi logistici erano pari a circa un terzo di quelli precedenti e i crediti derivanti dall’acido solforico quasi compensavano i costi operativi della fonderia. È valore trattenuto, riduzione dei noli e produzione di un sottoprodotto utile all’industria locale. Ma anodi e blister restano intermedi: il salto verso i semilavorati, i componenti e la manifattura richiede un’altra politica industriale.
Il collo di bottiglia è materiale prima ancora che normativo. La Banca mondiale indica un accesso nazionale all’elettricità pari al 21,5 per cento e un accesso rurale intorno all’1 per cento. Secondo la documentazione del programma Inga 3, circa il 46 per cento dell’energia prodotta da SNEL non si traduce in energia consegnata, fatturata e incassata, mentre il debito della società supera due miliardi di dollari. Il Compact energetico nazionale, richiamato dalla Banca mondiale, prevede 16 miliardi di dollari di capitale pubblico e la mobilitazione di ulteriori 20 miliardi di dollari di capitale privato per portare l’accesso al 62 per cento. Una politica di fusione e raffinazione che alimenti soltanto le enclavi minerarie può aumentare l’export industriale, lasciando al buio famiglie e piccole imprese.
Il paradosso sociale è già visibile. Nel 2025 il Pil reale è cresciuto del 5,5 per cento e l’output minerario del 10,1 per cento, mentre la Banca mondiale stima la povertà all’81,1 per cento alla soglia internazionale di tre dollari al giorno a parità di potere d’acquisto. L’indagine nazionale del 2024 colloca invece la popolazione al 69 per cento sotto la soglia nazionale. ITIE-RDC e Chambre des Mines riconoscono inoltre che l’attuazione della dotazione minima dello 0,3 per cento del fatturato e dei cahiers descharges comunitari resta segnata da problemi di governance, di priorità e di trasparenza. La crescita mineraria e lo sviluppo divergono quando la rendita non diventa servizi, competenze e capacità fiscale.
Due geografie minerarie, un solo rischio-Paese
La geopolitica richiede un’altra distinzione. Il rame e il cobalto industriali si concentrano soprattutto nel Copperbelt meridionale, nel Haut-Katanga e nel Lualaba. Le economie minerarie di conflitto documentate nell’Est riguardano invece soprattutto l’oro e i 3T — stagno, tantalio e tungsteno —, oltre alle reti transfrontaliere dei Grandi Laghi. Sovrapporre automaticamente le due geografie produce analisi errate. Restano però collegate al rischio-Paese: guerra, maggiore spesa per la sicurezza, fragilità delle frontiere e debolezza amministrativa possono ridurre lo spazio fiscale e il potere negoziale dello Stato anche quando la grande produzione di rame e cobalto avviene lontano dal fronte.
Per la Cina, l’Europa e gli Stati Uniti, la stabilità della RDC è quindi al contempo un obiettivo diplomatico e una questione di sicurezza degli approvvigionamenti. Non sono interessi identici a quelli congolesi. Pechino ha interesse alla continuità delle miniere, della raffinazione e dell’industria; Bruxelles e Washington dichiarano di voler diversificare le filiere fortemente concentrate in Cina. Kinshasa deve sfruttare la concorrenza tra i partner per ottenere energia, infrastrutture aperte, formazione, acquisti locali e una maggiore capacità di trasformazione. Senza condizioni verificabili, cambiare il finanziatore o la rotta logistica non modifica la distribuzione del valore.
Il corridoio oppure la filiera
Su questa frontiera si misura il Corridoio di Lobito, sostenuto dall’Unione europea, dagli Stati Uniti e da partner africani, per collegare le aree minerarie della RDC e dello Zambia al porto angolano sull’Atlantico. La Commissione europea lo presenta come infrastruttura di integrazione regionale, di competenze e di catene locali a valore aggiunto, nonché come strumento di diversificazione degli approvvigionamenti. Le finalità non coincidono automaticamente. Una ferrovia che riduce tempi e noli può diventare un corridoio di sviluppo; se collega soltanto miniera e porto, è soprattutto un’infrastruttura di esportazione più efficiente.
La prova sarà contrattuale. Le deroghe al divieto dovrebbero essere associate a investimenti misurabili in trattamento, trasformazione, energia, formazione e acquisti locali. Le quote strategiche dovrebbero basarsi su criteri pubblici e su risultati verificabili. Gli impianti richiedono off-take pluriennali, capitale paziente, garanzie multilaterali e, dove necessario, meccanismi di prezzo minimo e massimo. In cambio, lo Stato deve controllare la qualità, la quantità e i sottoprodotti recuperati. Il coefficiente di valorizzazione del 55 per cento per i minerali in tracce e ultra-tracce, come riportato dal testo esaminato da Reuters, affronta proprio un aspetto invisibile: il valore può uscire dal Paese anche nascosto nel prodotto principale.
La sovranità mineraria non consiste nel trattenere una roccia alla frontiera. Consiste nel poter decidere quando estrarla, a quale prezzo venderla, chi la finanzia, dove trasformarla e come distribuire la rendita. Il provvedimento del 29 giugno può essere una leva, ma solo se modifica i contratti, le infrastrutture e la capacità industriale. Se l’Europa elettrifica automobili e reti con rame e cobalto congolesi, mentre il Congo resta senza energia, la transizione avrà cambiato tecnologia senza cambiare l’economia politica. Il Paese avrà trattenuto più lavorazione, ma non ancora il controllo della filiera e del margine.
Fonti essenziali
– Ministero delle Miniere RDC, comunicazione ufficiale del 6 agosto 2026 — firma e oggetto dell’arrêté del 29 giugno
– Reuters, 6 agosto 2026 — divieto, deroghe strategiche, precedenti 2013/2019/2023, flussi Q1 2026 e coefficiente del
55%
– Codice minerario RDC, legge n. 18/001 del 9 marzo 2018 — trattamento locale ed eccezioni
– Arrêté interministérielle del 4 agosto 2023 — precedente divieto e deroghe annuali per condizioni tecniche o
economiche
– IEA, Global Critical Minerals Outlook 2026 — fusione del rame, concentrazione industriale e struttura dei costi
– IEA, Global EV Outlook 2025 — estrazione nella RDC e raffinazione del cobalto in Cina
– IEA, Decisione ARECOMS n. 004/2025 — quote 2026-2027 e quota strategica
– Reuters, 29 giugno 2026 — ritiro delle quote inutilizzate e benchmark del cobalto a 26 dollari per libbra
– CMOC — partecipazioni e produzione 2025 di Tenke Fungurume e Kisanfu
– Ivanhoe Mines — proprietà e fonderia di Kamoa-Kakula
– Ivanhoe Mines, risultati Q2 2026 — volumi, logistica e crediti da acido solforico
– Banca mondiale — crescita, output minerario e povertà nella RDC
– Banca mondiale, documentazione Inga 3 e Compact energetico — accesso, SNEL e fabbisogno finanziario
– ITIE-RDC e Chambre des Mines, 2 settembre 2025 — dotazione dello 0,3% e criticità di attuazione
– Commissione europea — Corridoio di Lobito, valore aggiunto locale, competenze e partner– Consiglio di sicurezza ONU, rapporto finale S/2026/466 — conflitto, gruppi armati e reti minerarie nell’Est della
RDC
Articolo a cura di David Marini, Senior Business Development Manager e analista di geoeconomia e di finanza internazionale.



