Capitali esteri, l’Italia tiene ma non sfonda: 206 progetti e una quota europea ferma al 4,1%
| 206 progetti IDE annunciati | 4,1% quota dei progetti europei | 7° posto per numero di progetti |
| −8% variazione rispetto al 2024 | 56% prevede più attrattività in 3 anni | 48% intende investire o espandersi in 12 mesi |
Una tenuta relativa, non una vittoria statistica
Nel 2025 l’Italia ha intercettato 206 progetti di investimento diretto estero, in calo dell’8% rispetto ai 224 dell’anno precedente. Il dato, isolato, segnala una contrazione. Inserito nel contesto europeo, assume una lettura più articolata: nello stesso periodo i progetti annunciati nel continente sono scesi del 7%, mentre Francia, Regno Unito e Germania hanno registrato flessioni rispettivamente del 17%, del 14% e del 10%. L’Italia ha quindi mostrato una capacità di tenuta relativa superiore ai tre grandi hub storici, ma non ha sovraperformato l’Europa nel suo complesso.
Il confronto va mantenuto rigoroso. Per numero effettivo di progetti l’Italia è settima in Europa, dietro anche a Turchia, Spagna e Polonia, economie che nel 2025 hanno aumentato le iniziative rispettivamente del 20%, del 7% e del 10%. Il nono posto, rilevato dalla survey, riguarda invece la graduatoria della percezione di attrattività espressa dagli investitori, nella quale il Paese guadagna tre posizioni. Confondere i due ranking trasformerebbe un segnale positivo in una rappresentazione impropria.
La quota italiana sul totale europeo rimane stabile al 4,1%. È più che doppia rispetto all’1,7% del 2019, quando i progetti erano 108, e dal 2021 il Paese resta costantemente sopra quota 200. Questo indica un miglioramento strutturale rispetto alla fase pre-pandemica. Tuttavia, il 4,1% rimane modesto rispetto alla dimensione dell’economia italiana, alla profondità della sua base manifatturiera e al ruolo del Paese nelle catene industriali europee. La stabilizzazione è un risultato; non è ancora una convergenza verso il potenziale.
La manifattura torna al centro, ma il digitale presenta due velocità
Il dato settoriale più favorevole è il rafforzamento dei prodotti industriali e della mobilità: 58 progetti, contro 43 nel 2024, pari al 28% del totale. La crescita è coerente con il valore delle competenze tecniche, della specializzazione produttiva e della densità delle filiere italiane in una fase in cui nearshoring, sicurezza degli approvvigionamenti e autonomia strategica stanno ridefinendo la localizzazione degli investimenti.
Anche l’aumento dei data center, passati da 2 a 8 progetti, è rilevante. L’Italia può beneficiare della domanda di capacità computazionale generata dal cloud, dall’intelligenza artificiale e dalla sovranità digitale. Il dato non autorizza però a parlare di un’espansione generalizzata dell’economia digitale: nel complesso, i progetti nel settore digital — IT, telecomunicazioni e media — sono diminuiti da 55 a 36. La crescita delle infrastrutture di calcolo convive quindi con una contrazione più ampia degli investimenti digitali. È un mercato bifronte, non un boom omogeneo.
Il passaggio da 39% a 44% degli investimenti guidati da competenze e know-how locali costituisce un ulteriore elemento positivo. Segnala che l’Italia non è scelta soltanto come mercato di sbocco, ma anche per la qualità degli asset produttivi e professionali disponibili. Resta tuttavia da valutare la qualità economica di ciascun progetto: il semplice conteggio assegna lo stesso peso a un insediamento commerciale e a una piattaforma industriale ad alta intensità di capitale, di tecnologia e di occupazione.
Origine dei capitali e divario territoriale
Gli Stati Uniti restano il primo Paese investitore in Italia con il 18% dei progetti, seguiti dalla Germania con il 14%, dal Regno Unito e dalla Francia con l’11% ciascuno. Cresce la componente extraeuropea: il Giappone passa da 6 a 11 iniziative, la Cina raddoppia i progetti e aumenta il contributo dei Paesi arabi. La diversificazione delle provenienze riduce la dipendenza da un’unica area geografica, ma espone le decisioni di investimento alla competizione tra politiche industriali, incentivi domestici, restrizioni commerciali e il controllo degli asset strategici.
Sul territorio permane un’elevata concentrazione. Il Nord-Ovest assorbe il 59% dei progetti e la Lombardia, pur in calo del 22%, conserva il 44% del totale nazionale. Il Nord-Est sale dal 14% al 18%, il Centro raggiunge il 13%, mentre il Mezzogiorno scende al 10%. Il riequilibrio parziale non è ancora una diffusione sistemica degli investimenti: infrastrutture, tempi autorizzativi, disponibilità di competenze e capacità amministrativa continuano a generare un costo geografico del capitale diverso tra le aree del Paese.
La percezione migliora, la pipeline resta selettiva
Sul piano delle aspettative, il quadro è favorevole ma non euforico. Il 56% dei 200 manager internazionali intervistati tra marzo e aprile 2026 prevede un miglioramento dell’attrattività dell’Italia nei prossimi tre anni. Il 48% dichiara di voler stabilire o ampliare le proprie attività nel Paese nei prossimi12 mesi. È una base significativa, ma inferiore sia al 51% della precedente rilevazione sia al 54% della media europea.
Anche la revisione dei piani conferma un atteggiamento selettivo. Il 27% degli investitori ha modificato i programmi relativi all’Italia negli ultimi dodici mesi, meno del 34% rilevato a livello europeo. Tra chi ha cambiato rotta, il 40% ha rinviato i progetti, il 21% li ha cancellati, il 13% li ha ridotti e il 26% li ha aumentati. La fiducia esiste, ma è subordinata alla prevedibilità delle condizioni operative e alla capacità di portare i progetti dalla fase di annuncio a quella di esecuzione.
La formulazione delle intenzioni future richiede inoltre cautela. Le attività più indicate sono la vendita e il marketing, i servizi di supporto B2B e la logistica; la ricerca e lo sviluppo raccolgono il 25% delle risposte e i processi produttivi il 19%. L’Italia attrae quindi interesse, ma la pipeline prospettica è ancora più orientata al presidio commerciale e operativo che alla creazione di nuova capacità industriale. Per il policy maker, la qualità dell’investimento deve contare almeno quanto il numero dei progetti.
Energia, regole e competenze: il vero spread competitivo
Il merito dell’EY Attractiveness Survey è rendere evidente che la partita non si gioca soltanto sulla reputazione. Qualità della vita, sicurezza, competenze, infrastrutture e competitività fiscale sostengono la proposta italiana. Le criticità, tuttavia, incidono direttamente sul rendimento atteso e sul rischio di esecuzione: condizioni macroeconomiche, costo dell’energia e del fare impresa, tensioni geopolitiche, dazi, sovrarregolamentazione e incentivi più competitivi offerti da altre giurisdizioni.
Per un investitore industriale, il differenziale energetico riduce i margini; l’incertezza autorizzativa allunga i tempi di costruzione e riduce il valore attuale netto del progetto; la frammentazione degli incentivi aumenta i costi di transazione; la scarsità di competenze specialistiche limita la scalabilità. Questi fattori rappresentano uno spread competitivo incorporato nel costo del capitale. La loro riduzione avrebbe un effetto più duraturo rispetto a una singola misura promozionale.
Il report valuta positivamente il rafforzamento dell’Unità di Missione per l’attrazione e lo sblocco degli investimenti, lo Sportello Unico Invest in Italy, il meccanismo per i programmi strategici superiori a un miliardo di euro e la ZES unica. Il 55% degli intervistati ritiene che il rafforzamento delle Zone Economiche Speciali possa migliorare l’attrattività del Paese, mentre un ulteriore 30% mantiene una posizione neutrale. Il consenso potenziale deve quindi tradursi in tempi certi, in una governance unitaria, in infrastrutture e nella misurazione dei risultati.
Il punto di arrivo: dagli annunci agli asset produttivi
La ricerca EY distingue correttamente tra i progetti di investimento diretto e le operazioni di M&A, gli investimenti di portafoglio o la semplice sostituzione di impianti. Il database monitora gli investimenti annunciati attraverso oltre 10.000 fonti e li affianca a una survey sulla percezione degli investitori. Questa separazione metodologica rende l’analisi più utile, poiché evita di confondere i flussi finanziari, le acquisizioni e i nuovi insediamenti.
Rimane il limite fisiologico di ogni rilevazione basata sugli annunci: un progetto comunicato non equivale automaticamente a capitale già speso, a capacità produttiva installata o a occupazione effettivamente creata. Inoltre, il numero dei progetti non misura da solo la dimensione, l’intensità tecnologica, l’addizionalità e la permanenza dell’investimento. La lettura corretta non è quindi che l’Italia abbia risolto il proprio deficit di attrattività, ma che abbia costruito una base più credibile da cui partire.
Il Paese è passato da destinazione episodica a concorrente stabile, ma resta sottopeso nella geografia europea dei capitali produttivi. La priorità non è celebrare il 4,1%; è trasformarlo in una quota più elevata e, soprattutto, in investimenti di qualità superiore. Servono un’energia competitiva, autorizzazioni prevedibili, capitale umano, infrastrutture digitali e un sistema di incentivi leggibile. In definitiva, la sfida non è più convincere gli investitori che l’Italia possiede asset distintivi. È dimostrare che il sistema è in grado di convertirli in cantieri, impianti, ricerca, occupazione e valore aggiunto, con continuità.
Fonte principale: EY, EY Attractiveness Survey Italy, luglio 2026; dati sui progetti: EY European Investment Monitor 2026; sondaggio sulla percezione: FT Longitude, 200 manager internazionali, marzo-aprile 2026. Gli IDE considerati escludono, tra l’altro, M&A, investimenti di portafoglio e sostituzioni di impianti prive di nuova occupazione.
Articolo a cura di David Marini — Senior Business Development Manager e analista di geoeconomia e finanza internazionale




