La finanza che guarda alla Sharia
Lo scorso anno, all’inizio del 2025, il Benin ha emesso un bond da 500 milioni di dollari per incrementare le finanze pubbliche: oggi, più di un anno dopo, prendono piede anche tra i Paesi più grandi i sukuk, che sembrano rappresentare il futuro dell’economia islamica.
A più di un anno di distanza l’obbligazione emessa dal Benin sembra aver fatto scuola, in primis proprio per il governo di Cotonou, che ha replicato l’operazione, ma poi anche per Egitto e Nigeria, che hanno subito rincorso l’idea.
Per quanto riguarda il Benin, la nuova emissione concerne il collocamento di un sukuk settennale che coinvolge realtà del calibro di JP Morgan. Si tratta di quello che viene definito un “bond islamico”, il quale dovrebbe essere denominato in dollari e valutato, scrive l’agenzia Reuters, con B1 da Moody’s e BB- da S&P.
Ma cos’è un bond islamico? Si tratta per l’appunto dei sukuk, strumenti finanziari simili alle obbligazioni ma conformi alla Sharia islamica, poiché questa proibisce l’interesse (ribā) tipico delle obbligazioni convenzionali. In pratica non si pagano interessi sul denaro ma si concede al detentore una quota di proprietà su alcune attività reali sottostanti, come ad esempio infrastrutture, leasing o progetti, e una parte dei profitti generati.
In questo modo molti governi africani superano uno scoglio ancestrale e cercano di ampliare la propria base di investitori, diversificando oltre il mercato obbligazionario convenzionale. Vale subito la pena evidenziare come la richiesta sia altissima, infatti la vendita di sukuk del Benin da 500 milioni di dollari ha registrato ordini per oltre 7 miliardi.
Nonostante il crescente interesse, restano tuttavia alcune barriere che rendono incognito il futuro di questi strumenti, quali in primis i quadri normativi incompleti di alcuni Paesi, che non hanno ancora una legislazione chiara per l’emissione di sukuk, e in secundis la complessità strutturale del prodotto, poiché la strutturazione dei sukuk è più complicata rispetto alle obbligazioni tradizionali, richiedendo maggiori competenze legali e finanziarie, e scontrandosi così con i mercati locali, ancora relativamente piccoli rispetto a quelli globali.
L’appetito per i bond islamici in Africa dunque sta crescendo rapidamente perché questi strumenti offrono una soluzione di finanziamento alternativa e complementare alle obbligazioni tradizionali, attirando investitori sia musulmani che internazionali, i quali possono contribuire a rafforzare i mercati dei capitali nel continente.




