Turkmenistan, la svolta controllata sulle criptovalute: apertura al mining tra ambizioni digitali e rigido controllo statale
Il Turkmenistan, fino a poche settimane fa uno degli Stati più chiusi e regolamentati al mondo, ha deciso di aprire una porta che sembrava impossibile da scalfire: quella delle criptovalute. Dal 1° gennaio 2026, il paese ha legalizzato il crypto mining e l’operatività di piattaforme di scambio di asset digitali sotto un regime giuridico mai visto prima nella sua storia recente.
La legge sugli asset virtuali
Questa svolta, sancita dalla firma del presidente Serdar Berdimuhamedov sulla “Legge sugli asset virtuali”, non implica un riconoscimento delle criptovalute come moneta o mezzo di pagamento, ma le introduce formalmente nel quadro giuridico nazionale come beni soggetti a regole precise e controllate. Per decenni Ashgabat ha mantenuto rigidi controlli su ogni aspetto dell’economia, dall’accesso a Internet alla gestione delle risorse energetiche, affidando buona parte della propria ricchezza all’esportazione di gas naturale. L’idea di legittimare attività legate a Bitcoin e altre criptovalute può sembrar sorprendente in questo contesto, ma riflette una riflessione pragmatica: dare spazio a tecnologie digitali e investimenti esteri senza cedere il controllo politico e finanziario.
La normativa turkmena crea un sistema di licenze obbligatorie per miner e exchange sotto l’egida della Banca Centrale, vieta il mining non autorizzato e impone rigide procedure di identificazione e compliance anti-money laundering per gli utenti e i servizi. Viene vietato l’uso di portafogli anonimi, le pubblicità devono riportare avvertenze sui rischi finanziari, e le piattaforme non possono utilizzare simboli o termini associati allo Stato nel proprio branding. In altre parole, lo Stato permette l’innovazione, ma la incanala in un binario estremamente controllato. Il quadro qui delineato fa emergere un paradosso curioso: nel paese noto per le severe restrizioni su Internet e l’assenza di libertà civili, si crea un ambiente in cui attività globali e decentralizzate come il crypto mining possono prosperare – o perlomeno essere regolamentate formalmente.
Le crypto possono avere vita in Asia centrale?
Ma questo non significa apertura totale. Le criptovalute non diventano valuta legale, non si possono usare per pagare beni e servizi, e ogni attività resta soggetta a supervisione statale. In un momento storico in cui molte economie avanzate si interrogano sulle regole ideali per le valute digitali, il Turkmenistan si muove in modo simultaneamente innovativo e conservatore: abbraccia il nuovo ma lo controlla con mano ferma.
Lì nell’Asia Centrale, dove Uzbekistan e Kazakistan hanno già tracciato percorsi regolatori propri, questo passo rappresenta un segnale che anche i regimi più controllati vedono nelle criptovalute non solo un elemento di rischio, ma anche un potenziale strumento di diversificazione economica e di attrazione di capitali esteri. La sfida ora è vedere se questa mossa si tradurrà in investimenti reali e in uno sviluppo tecnologico interno, oppure se resterà un esperimento legale confinato nei limiti imposti dallo Stato, incapace di trasformarsi in una vera rete di valore per la popolazione turkmena.




