A Roma “Futuro Italia”: pubblico e privato alla prova del capitale di lungo periodo
Nella nuova Sala De Gasperi dell’Ufficio Italia del Parlamento Europeo a Roma, si è svolto “Futuro Italia”, l’iniziativa promossa da Remind, l’Associazione delle Buone Pratiche dei Settori Produttivi, per mettere a nudo un punto cruciale per il Sistema Paese: senza una reale alleanza tra pubblico e privato, la crescita rischia di restare un esercizio teorico, soprattutto su dossier sensibili come ricerca, infrastrutture e previdenza.
Da un lato Governo, Parlamento, autorità e rappresentanti europei; dall’altro imprese, fondi, casse, assicurazioni ed energia. Al centro, non solo le regole, ma la disponibilità effettiva di capitale paziente, la qualità della governance e la capacità dello Stato di non limitarsi al ruolo di regolatore, ma di farsi partner nel rischio.
La Vicepresidente del Parlamento Europeo, Antonella Sberna, ha richiamato la necessità di un quadro normativo capace di coniugare strategie europee e specificità nazionali, ricordando come il dialogo con la filiera produttiva – che Remind interpreta – debba diventare un elemento strutturale della costruzione delle politiche. Dal versante di Palazzo Chigi, il consigliere del Presidente del Consiglio, Renato Loiero, ha legato la ritrovata centralità dell’Italia alla combinazione tra stabilità macroeconomica, riforme e utilizzo mirato del deficit, sottolineando come il vero banco di prova sia la capacità di trasformare questi equilibri in crescita duratura e messa in sicurezza dei territori.
Se il quadro macro e regolatorio fissa i confini del gioco, è sul terreno della previdenza e del risparmio di lungo periodo che il tema della collaborazione pubblico–privato diventa più concreto. Da Covip alle casse professionali, dalle compagnie assicurative ai fondi pensione, il leitmotiv è stato condiviso: il sistema pubblico da solo non basta; la previdenza complementare va resa più efficace, trasparente e integrata con le strategie industriali del Paese.
In questo contesto si inserisce il nodo della ricerca e sviluppo, non più considerata voce residuale di bilancio, ma infrastruttura immateriale decisiva. La discussione tra manager industriali, rappresentanti di grandi gruppi e operatori finanziari ha mostrato una linea di tendenza: l’innovazione costa, è rischiosa e richiede orizzonti temporali di lungo periodo.
Proprio su questo passaggio si è innestato l’intervento del Presidente di Assoholding, Gaetano De Vito, che ha sintetizzato la posta in gioco dal punto di vista delle imprese: «Le spese in ricerca e sviluppo rappresentano un pilastro fondamentale per la competitività del nostro sistema economico. Investire in R&S non è più un’opzione, ma una necessità strategica. Quello che chiediamo è di favorire realmente la ricerca, con particolare attenzione alla sua dimensione intergenerazionale. Come possiamo premiarla? Non solo attraverso i tax credit, ma anche mediante strumenti di assorbimento del rischio costruiti su una collaborazione forte tra pubblico e privato. Oggi l’investimento tecnologico comporta inevitabilmente dei rischi, e proprio per questo tali rischi devono essere riconosciuti e adeguatamente premiati».
Per la fiscalità significa costruire strumenti che non penalizzino chi investe in intangibili e innovazione di filiera, ma li riconoscano come asset strategici. Per il mondo previdenziale, vuol dire valutare con realismo la possibilità di canalizzare parte del risparmio di lungo termine – fondi pensione, casse, assicurazioni – verso progetti industriali ad alto contenuto di R&S, a condizione che il quadro regolatorio offra garanzie, trasparenza e criteri di selezione robusti.
Il Presidente di Remind, Paolo Crisafi, ha rivendicato la funzione dell’iniziativa come piattaforma permanente di confronto, sottolineando come la crescita non sia mai frutto del caso, ma della capacità di creare sinergie stabili tra policymaker, imprese e investitori istituzionali. Il riferimento al PNRR e alle strategie europee, così come alla necessità di una governance responsabile e intergenerazionale, ha chiuso idealmente il cerchio: l’Europa chiede riforme e investimenti, i mercati valutano coerenza e credibilità, cittadini e lavoratori misurano tutto sulla qualità dei servizi, delle pensioni e dell’occupazione.




