Manovra 2026, scontro su Irpef e tassazione dei dividendi: il governo valuta correttivi
Continuano i dubbi e le contestazioni attorno alla nuova Legge di Bilancio 2026, soprattutto dopo l’audizione sulla manovra, durata oltre due ore, durante la quale si sono cercati possibili correttivi alle misure più controverse.
Uno dei temi più dibattuti riguarda l’imposizione dei dividendi destinati ai soci con partecipazioni al capitale inferiori al 10%. Dal 1° gennaio 2026, infatti, per tali partecipazioni verrebbe eliminata l’esenzione del 95% delle somme, portando l’imposizione effettiva dall’attuale 1,25% al 24% (in caso di società di capitali). Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha lasciato intendere la possibilità di rivedere la norma per individuare una soluzione “più equilibrata”. Tra le ipotesi al vaglio, quella di ridurre la soglia di partecipazione minima necessaria per beneficiare della tassazione agevolata, fissandola al 5% in cambio dell’impegno a mantenere le quote per un periodo minimo, forse di un anno. Inoltre, le società quotate potrebbero essere escluse dalla nuova disciplina, anche se la versione definitiva dipenderà dalle coperture finanziarie.
Altro punto centrale della discussione è il taglio dell’Irpef. La manovra riduce di due punti percentuali l’aliquota per lo scaglione di reddito compreso tra 28.000 e 50.000 euro, passando dal 35% al 33%, con un risparmio massimo di circa 440 euro annui per i contribuenti. Tuttavia, oltre i 200.000 euro di reddito, il vantaggio si riduce fino ad annullarsi, poiché vengono contestualmente ridotte alcune detrazioni fiscali.
Le opposizioni hanno duramente criticato la misura. «I dati Istat confermano ciò che denunciamo da settimane: il taglio dell’Irpef del governo Meloni è un regalo ai più ricchi», ha dichiarato Angelo Bonelli di Europa Verde, posizione condivisa dal capogruppo del PD al Senato, Francesco Boccia.
Secondo l’Istat, il taglio dell’aliquota coinvolgerebbe circa 14 milioni di contribuenti, con un beneficio medio annuo di 230 euro a persona e circa 11 milioni di famiglie interessate, con un beneficio medio di circa 276 euro. Per analizzare meglio l’impatto di questo cambiamento, e soprattutto per capire come si distribuisce il beneficio fiscale lungo la scala dei redditi, l’ente statistico ha suddiviso le famiglie in base al reddito disponibile equivalente, in cinque gruppi di uguale numerosità (detti “quinti”). Ogni quinto rappresenta il 20% delle famiglie italiane, dal quinto più povero (il primo) al quinto più ricco (il quinto). Dall’analisi emerge che oltre l’85% delle risorse andrebbe alle famiglie appartenenti ai due quinti più ricchi della popolazione. Le famiglie con redditi più bassi riceverebbero vantaggi minimi: appena 102 euro l’anno per il primo quinto, contro i 411 euro medi del quinto più ricco. Tuttavia, per tutti i gruppi di reddito, la variazione resta inferiore all’1% del reddito familiare disponibile.
La Banca d’Italia ha sottolineato che le misure previste «non comportano variazioni significative nella distribuzione del reddito disponibile tra le famiglie». Anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) ha stimato che la riduzione della seconda aliquota Irpef interesserà circa 13 milioni di contribuenti, generando un minor gettito di 2,7 miliardi di euro, meno di quanto previsto dal governo.
L’UPB evidenzia come i benefici medi varino sensibilmente a seconda della categoria: 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati, 23 per gli operai, 124 per gli autonomi e 55 per i pensionati. In termini percentuali, la riduzione dell’aliquota media resta comunque contenuta, oscillando dallo 0,1% per gli operai allo 0,4% per impiegati e autonomi.
La discussione sulla Legge di Bilancio 2026 mette in luce un equilibrio ancora fragile tra la necessità di sostenere i redditi medi e quella di garantire equità fiscale. Le misure di riduzione dell’Irpef e la revisione dell’imposizione sui dividendi mirano a rendere il sistema più competitivo, ma le analisi di Istat, Banca d’Italia e UPB evidenziano che i benefici restano limitati e distribuiti in modo diseguale. Sarà quindi decisivo capire, nelle prossime settimane, se il governo riuscirà a introdurre correttivi in grado di coniugare crescita economica e giustizia sociale, due obiettivi che appaiono ancora lontani dall’equilibrio.




