Trump ordina il licenziamento della governatrice Cook: scontro senza precedenti con la Federal Reserve
Lunedì sera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha innescato uno scontro istituzionale senza precedenti con la Federal Reserve, la banca centrale americana, ordinando il licenziamento immediato di Lisa Cook, membro del Consiglio dei governatori. La comunicazione è arrivata tramite una lettera pubblicata dal presidente sul social network Truth «in virtù della mia autorità – ha scritto Trump – ai sensi dell’articolo II della Costituzione degli Stati Uniti e del Federal Reserve Act del 1913, come modificato, con la presente lei è rimossa dal suo incarico nel Consiglio dei governatori della Federal Reserve, con effetto immediato».
Alla base del provvedimento ci sarebbero accuse gravi: secondo il presidente, Cook avrebbe falsificato alcuni documenti per ottenere mutui a condizioni agevolate, condotta che rientrerebbe nel reato di frode ipotecaria. Le accuse sono state rilanciate da Bill Pulte, direttore della Federal Housing Finance Agency e stretto alleato di Trump.
L’iniziativa segna un punto di rottura, è la prima volta, dopo 111 anni di storia della Fed, che un presidente tenta di licenziare un governatore in carica. Cook, nominata nel 2022 e con un mandato valido fino al 2038, ha però respinto fermamente l’ordine presidenziale. «Non lascio. Il presidente non ha l’autorità per rimuovermi», ha dichiarato, annunciando una causa legale contro Trump.
Lo scontro si inserisce in una più ampia strategia del presidente volta a esercitare un controllo diretto sulla banca centrale. La Fed, infatti, con le sue decisioni sui tassi di interesse, influenza profondamente l’andamento dell’economia americana e mondiale. L’indipendenza dell’istituto è sempre stata considerata un pilastro della stabilità finanziaria: svincolare la politica monetaria dalle pressioni elettorali e dalle oscillazioni dell’opinione pubblica è ciò che ha garantito la credibilità del dollaro per oltre un secolo.
Trump, al contrario, sembra determinato a piegare le decisioni della Fed ai propri obiettivi politici. In particolare, punta a una riduzione dei tassi di interesse, che negli ultimi anni sono stati alzati in modo aggressivo, non solo dalla Fed ma anche dalla Banca Centrale Europea, per contrastare l’ondata inflazionistica esplosa dopo la pandemia di Covid-19.
La logica alla base di queste scelte è chiara: aumentando i tassi, il costo del denaro cresce e l’attività economica rallenta, riducendo la pressione sui prezzi. Una volta che l’inflazione si stabilizza, i tassi possono essere mantenuti invariati o ridotti, così da stimolare di nuovo gli investimenti e favorire la crescita dell’occupazione. È questo l’equilibrio che la Fed, per statuto, è chiamata a garantire: da un lato la stabilità dei prezzi e dall’altro la piena occupazione.
Il rischio è che la mossa di Trump indebolisca la fiducia internazionale nella solidità del sistema americano, alimentando timori di ingerenze politiche sulla gestione della moneta. Non a caso, economisti e analisti hanno già parlato di “potenziale terremoto istituzionale”, capace di ridisegnare i confini tra Casa Bianca e organi indipendenti.
Il prossimo banco di prova sarà la riunione della Fed di settembre. Lì si capirà se il tentativo di Trump rimarrà un atto simbolico destinato a scontrarsi con i limiti costituzionali o se, al contrario, darà il via a una crisi istituzionale destinata a lasciare il segno nella storia economica degli Stati Uniti.




