Extraterritorialità: che cos’è e perché sempre più Paesi la sfruttano
Sono sempre di più gli Stati che utilizzano l’arma dell’extraterritorialità per ampliare la propria sovranità a livello globale. Cina, Stati Uniti, Unione europea, Stati del Golfo Persico e altri utilizzano le clausole extraterritoriali al fine di estendere il raggio della propria sfera di influenza e il fenomeno è sempre più in aumento.
Cos’è l’extraterritorialità
L’extraterritorialità, nel diritto internazionale, è l’utilizzo dei poteri pubblici di uno Stato al di là dei suoi confini. Un’area o un’entità viene considerata giuridicamente parte di un altro Stato, rispetto a quello di cui geograficamente essa fa parte. I casi più comuni sono le sedi diplomatiche e le organizzazioni internazionali. Le clausole di extraterritorialità all’interno delle leggi consentono agli Stati di proiettare, dunque, il loro potere legale in altri Stati. Tale pratica ha indubbiamente un forte impatto su individui e aziende e viene utilizzata soprattutto dalle grandi potenze per aumentare la propria sfera di influenza.
Gli Stati che ne fanno uso
La Cina è nota per ricorrere ampiamente a questa strategia, tutelando i suoi interessi strategici e rafforzando il proprio potere oltreconfine. Grazie a tali clausole, infatti, è possibile estendere l’applicazione di una legge cinese a soggetti o situazioni giuridiche al di fuori del territorio nazionale. Il Paese governato da Xi Jinping sta inserendo le condizioni di extraterritorialità all’interno di leggi sensibili, come quelle sulla privacy, sulla sicurezza e cybersecurity, sul controspionaggio e la concorrenza sleale.
Insieme alla Cina, gli Stati Uniti concorrono notevolmente nell’utilizzo dell’extraterritorialità. Questo può avvenire tramite sanzioni economiche, controlli sulle esportazioni e diverse misure che puntano a far rispettare le leggi statunitensi in contesti internazionali. Le leggi statunitensi possono essere applicate a transazioni finanziarie internazionali, così come le aziende straniere che operano con beni o tecnologie statunitensi possono essere soggette a controlli sulle esportazioni. Anche l’Unione europea tende a usare misure extraterritoriali, ma per lo più in risposta, più che in modo offensivo e preventivato. Ad esempio, Blocking Statute (Reg. 2271/96) è utilizzato per proteggere le imprese europee da sanzioni extraterritoriali USA o il Regolamento GDPR, che si applica a tutte le aziende che trattano dati di cittadini UE, anche se non hanno sede in Europa. Inoltre, l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo hanno esteso l’applicazione delle loro leggi (soprattutto penali e religiose) a cittadini e residenti anche quando si trovano all’estero.
I rischi
Laura Formichella, rappresentante del China Desk della sede di Roma dello studio legale Nctm, sul Sole 24 Ore ha spiegato come lo strumento dell’extraterritorialità sia principalmente «un’applicazione prospettica», ma che è fondamentale non sottovalutarne la portata legale. «L’extraterritorialità può essere basata su vari fattori, come la nazionalità di individui e aziende, il luogo in cui si verifica la condotta o gli effetti di tale condotta all’interno del territorio dello Stato». Inoltre, è necessario prendere consapevolezza dei rischi dell’interferenza di uno Stato all’interno di un altro. L’applicazione extraterritoriale può generare attriti o scontri tra Stati, specialmente quando questi rivendicano la propria giurisdizione all’interno della stessa situazione. L’extraterritorialità può essere percepita, spesso, come un’ingerenza eccessiva negli affari interni di un altro Stato e il ricorso eccessivo ad essa può minare i principi di armonia tra ordinamenti e di giurisdizione territoriale.




